Napoli, scenografia di un “Amore molesto”

6237310_388856Il presente è a Roma. Qui abita Delia. Qui almeno una volta al mese viene a trovarla sua madre, Amalia. Il passato è a Napoli. Lì c’è la sua infanzia, la vita dei suoi genitori. I loro segreti, i loro misteri. Dal passato al presente si viaggia in treno. A metà del percorso, Amalia decide di fermarsi. E decide di lasciarsi andare.

Mia madre annegò la notte del 23 maggio, giorno del mio compleanno, nel tratto di mare di fronte alla località che chiamano Spaccavento, a pochi chilometri da Minturno. Proprio in quella zona, alla fine degli anni cinquanta, quando mio padre viveva ancora con noi, d’estate affittavamo una stanza in una casa contadina e trascorrevamo il mese di luglio dormendo in cinque dentro pochi roventi metri quadrati. Ogni mattina noi bambine bevevamo l’uovo fresco, tagliavamo verso il mare tra canne alte per sentieri di terra e di sabbia e andavamo a fare il bagno

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Il mare di Minturno

Elena Ferrante riporta Delia nella sua città di nascita. La scusa è il funerale della madre. Il motivo è affrontare la bufera – che in quei giorni investe il golfo ma anche tutta la vita della protagonista.

Ora il taxi costeggiava la litoranea grigia e trafficata: un traffico denso e veloce, battuto dalla pioggia e dal vento. Il mare sollevava onde alte. Avevo visto raramente da ragazza una mareggiata così imponente nel golfo. Era simile alle ingenue esagerazioni pittoriche di mio padre

Pittore di sudici ritratti di zingare. Il padre di Delia è un uomo solo e violento nei ricordi della figlia. Ma si rivela un vecchio stanco dell’isolamento in cui si è costretto, guardando in cagnesco il riavvicinamento dell’ex moglie con l’ex collega e amico, Caserta. “L’amore molesto” ruota intorno a lui – che in realtà si chiama Nicola Polledro – “un uomo anziano, curato, a suo modo bello nel viso scuro e scarno sotto la massa dei capelli bianchi”. Tre generazioni di uomini – nonno, padre, figlio – tre Polledro che hanno influenzato la vita di Delia e continuano a farlo. Fa da sfondo una città che la donna rifiuta, che non sente – o forse non ha mai sentito – sua.

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Via Salvator Rosa, Napoli

“Fermi nel caos di via Salvator Rosa, scoprii che non provavo più alcuna simpatia per la città di Amalia, per la lingua in cui mi era rivolta, per le vie che avevo percorso da ragazza, per la gente. Quando a un certo punto comparve uno scorcio di mare (lo stesso che da bambina mi entusiasmava), mi sembrò carta velina violacea incollata su una parete sbrecciata. Seppi che stavo perdendo mia madre definitivamente e che era esattamente quello che volevo”

Inseguendo Caserta e la storia che prova a ricostruire, Delia riscopre Napoli. La trova diversa: si rovinano anche quei fotogrammi che aveva risparmiato dalla sua infanzia, compromessa da un abuso subito e poi dimenticato.

Erano almeno vent’anni che non avevo occasione di salire in collina, posto che ricordavo diverso dal resto della città, fresco e ordinato, a pochi passi da San Martino. Mi infastidii subito. La piazza mi parve mutata coi suoi radi platani stentati, divorata dalle lamiere delle auto, sovrastata da un trapezio in travi di ferro verniciate di giallo. Ricordavo al centro della piazza di una volta palme che mi erano sembrate altissime. Ce n’era una nana, malata, assediata dagli sbarramenti grigi dei lavori in corso”

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Il golfo di Napoli

Al centro di tutto, c’è un negozio di biancheria costosa per signore. La stessa trovata addosso al corpo di Amalia ripescato dalle onde. “Le sorelle Vossi avevano il negozio in piazza Vanvitelli. Da ragazza mi ero fermata spesso davanti alle loro vetrine, che erano sobrie, con vetri spessi chiusi dentro cornici di mogano”. Ma è un altro il centro della storia. Nel rione dove è nata, dove suo padre vive ancora, e dove Delia ritorna per tirare le fila di ciò che Caserta aveva fatto, in tutti quegli anni, alla sua famiglia. “Temetti che non si fosse nemmeno reso conto che il topo con cui si era divertito per buona parte della vita gli stava sfuggendo per andarsi ad affogare.

Il rione, malgrado la sparizione di una serie di dettagli (sullo stagno verde-marcio presso il quale andavo a giocare era sorto un edificio di otto piani), mi sembrò ancora riconoscibile. I bambini uggiolavano per le strade sconnesse come una volta a ogni principio d’estate. C’erano le stesse grida dialettali nelle case dalle finestre spalancate. La disposizione degli edifici rispettava la stessa geometria senza immaginazione. […] Il palazzo dove abitava mio padre distava pochi metri. Ero nata in quella casa

La colpa della madre: non aver capito il trauma della figlia. La colpa della figlia: aver sfogato la sua rabbia di bambina abusata sulla madre. Un rapporto difficile – che parte dal «Coloniale» il negozio del padre di Caserta – e che solo con la morte di Delia si rischiara.

“Rientrai nel «Coloniale» di quarant’anni prima, stetti bene attenta a non sbattere contro il banco con palmizi e cammelli, salii sulla pedana di legno, attraversai la pasticceria scansando abilmente il forno, le macchine, i banchi, le teglie, uscii dalla porta che dava sul cortile. Una volta all’aperto, cercai il passo giusto per una persona adulta che non ha fretta”

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Delia, nel film “L’amore molesto” del 1995

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