La Patagonia argentina e la foresta pluviale di Manú: due “rose di Atacama” di Sepúlveda

rose-atacama-sepulvedaLe rose di Atacama fioriscono nel deserto del Cile solo una volta all’anno. Rendono un luogo arido e inospitale in una distesa bellissima dipinta di rosa. “Le rose di Atacama” (in lingua originale Historias marginales) è il nome di una raccolta di racconti brevi di Luís Sepúlveda del 2000, dove lo scrittore argentino narra di vite e luoghi piccoli, e in apparenza insignificanti, che hanno contribuito però a rendere il mondo più affascinante e – in qualche modo – migliore. Sono uomini che hanno lottato per i loro ideali e sono sbocciati, magari anche solo per una volta, in modo marginale e silenzioso, come le rose cilene, senza piegarsi alle intemperie dell’ambiente che li circonda.

Tra le varie storie, due verranno qui riprese, per descrivere due luoghi molto diversi e molto lontani del continente sudamericano: il lago Epuyen nella Patagonia argentina e la foresta pluviale di Manú, in Perù.

Man mano che ci si avvicina alla cordigliera delle Ande, il versante argentino della Patagonia diventa di un verde sempre più intenso, come se il fogliame degli alberi sopravvissuti alla voracità dell’industria del legno volesse dirci che nonostante tutto la vita è possibile, perché ci sarà sempre un pazzo o molti capaci di vedere più in là del naso del lucro.”

La Patagonia argentina

La Patagonia argentina

Lucas Chiappe decide di fuggire da Buenos Aires, con un piccolo gruppo di altri studenti, quando, negli anni ’70, i militari argentini prendono il potere. Si trasferisce qui, nel cuore della Patagonia, vicino al lago Epuyen. Conoscono la solidarietà e la bontà della gente di questi luoghi sperduti fin dal primo inverno “che, come tutti gli inverni patagonici, fu duro, lungo e crudele.” Alcuni uomini portano legna agli studenti in fuga e, alla domanda di Lucas sul perché di questa dedizione per degli sconosciuti, rispondono: “Perché fa freddo. Perché sennò?”.

Il lago Epuyen, nella Patagonia argentina

Il lago Epuyen, nella Patagonia argentina

È questa una regione “bella e violentemente fragile.” Lucas se ne accorge nel 1985 quando anche la regione patagonica argentina, come prima quella cilena, conosce “gli orrori del progresso neoliberalista.

Nei pressi del lago Epuyen, niente e nessuno sembrava capace di opporsi al sinistro rumore delle motoseghe. Ma Lucas Chiappe disse no, e decise di parlare in nome dei boschi alla gente che vive a sud del 42° parallelo.” Lucas fonda nel 1990 il progetto Lemu, che in lingua Mapuche significa “bosco”. Vuole proteggere quel luogo che gli ha ridato una casa, che lo ha protetto dall’avanzata della dittatura e gli ha ridato la libertà. “Ogni albero protetto, ogni albero piantato, ogni seme curato nei vivai, significa salvare un secondo del tempo senza età della Patagonia. Forse domani il progetto Lemu diventerà un grande corridoio di foresta autoctona lungo quasi 1500 chilometri. Forse domani gli astronauti dallo spazio potranno vedere una lunga, splendida linea verde accanto alla cordigliera della Andre australi.”

E quando qualcuno chiede a Lucas perché fa tutto questo lui risponde: “Perché bisogna farlo. Perché sennò?

Lucas Chiappe, fondatore del progetto

Lucas Chiappe, fondatore del progetto Lemu

Dall’altra parte del continente sudamericano, tra le Ande peruviane, ha luogo un’altra storia raccontata da Luís Sepúlveda. Poco importa in realtà della vicenda di Fitzcarraldo, che nel 1896 ha sfruttato e ucciso migliaia di indios per esportare il caucciù dagli alberi di questa foresta pluviale. Foresta che, oltre a immensi guadagni, gli ha donato anche una misteriosa morte. La protagonista di questo racconto è la natura selvaggia di una valle dove vivono ancora popolazioni che mai si sono incontrate con l’uomo bianco. Una valle di quasi due milioni di ettari, composti da flora e fauna tanto uniche quanto varie, “quel luogo chiamato Manú che inizia sulle più alte pendici del monte Tres Cruces, a quasi quattromila metri sul livello del mare. Da là è possibile affacciarsi su un abisso di nuvole, a volte bianco, a volte grigio, sotto il quale si può pensare che continui il paesaggio ocra delle Ande, mentre basta scendere di appena 500 metri per scorgere l’impero dell’acqua.” La riserva di estende dalla regione di Cusco al fiume Madre de Dios. La attraversano tantissimi piccoli torrenti che finiscono il loro corso nel grande corso d’acqua lungo circa 1.150 chilometri.

La mappa della riserva di Manù

La mappa della riserva di Manu

Man mano che si scende, aumenta la temperatura. Già nella valle di Pilcopata, quasi al livello del mare e con le nuvole finalmente sopra la testa, si respira l’inconfondibile aria dell’Amazzonia. Lì inizia la foresta di Manú, il milione e seicentomila ettari, pari quasi alla superficie della Svizzera, che formano l’ultimo dei grandi giardini naturali, per ora in salvo dalla devastante avidità delle multinazionali dell’oro, del legno e del petrolio.” La zona è infatti dal 1977 patrimonio dell’Unesco. Ci vivono oltre 20.000 diverse specie di piante, mille di uccelli, 1.200 tipi di farfalle, oltre a tantissimi mammiferi, tra cui spiccano le nutrie. “Si stima che 50 anni fa vivessero circa 10.000 nutrie giganti nei fiumi amazzonici. La loro pelliccia è finita per lo più a coprire la dura pelle di ricche signore europee e statunitensi. Attualmente a Manú ne vive circa un centinaio di esemplari e sono le ultime nutrie rimaste nel nostro tormentato pianeta.”

Un esemplare di nutria gigante

Un esemplare di nutria gigante

E poi insetti: “Nel 1959 gli scienziati dello Smithsonian Institution realizzarono il primo censimento entomologico di Manú e conclusero che la ricchezza della terra era aumentata di trenta milioni di specie”. E poi fiori rarissimi: “La notte della selva avvolge tutto con il suo particolare silenzio fatto di migliaia di rumori. È il prodigioso meccanismo della vita che tende i muscoli per facilitare il parto della Venere notturna, un’orchidea di un intenso colore viola, piccola come un bottone di camicia, che apre i petali alle prima luci dell’alba e muore dopo pochi minuti perché la minuscola eternità della sua bellezza non resiste alla luce di Manú, che muta incessante secondo gli umori del cielo, dell’acqua e del vento.

Il soggetto umano di questa storia serve solo da contrasto, da monito. “Fitzcarraldo non ha visto niente di tutto questo. L’avidità sarà sempre come un ago di ghiaccio nelle pupille.

La riserva di Manu

La riserva di Manu

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Lunga vita a Shakespeare e al Globe Theatre

Percorrendo la lunga passeggiata della Southbank londinese, oltrepassando il Tate Museum e il Millennium Bridge, ci si ritrova davanti a un curioso edificio. Una struttura in legno, tondeggiante, che sembra uscita da un’altra epoca. Ed infatti è così. Il Globe Theatre venne costruito addirittura secoli fa, precisamente nel 1599. O almeno la versione originale.

presunta ricostruzione dell'interno del Globe Theatre seicentesco dell'artista Walter Hodges

presunta ricostruzione dell’interno del Globe Theatre seicentesco dell’artista Walter Hodges

I Lord Chamberlain’s Men, la compagnia teatrale di cui faceva parte anche William Shakerspeare, sull’onda del successo, decide di costruirsi un proprio teatro sulle rovine del vecchio The Theatre. Siamo nell’epoca elisabettiana e il nuovo Globe mantiene tutte le caratteristiche tipiche dell’epoca. Di forma circolare o ottagonale, coperto per tre quarti del perimetro, lascia spazio al palco nel lato scoperto. Il pubblico ricco aveva a disposizione due piani rialzati, con panche di legno, mentre il popolino si godeva commedie e tragedie in piedi, attorno al palcoscenico che si addentrava fino al centro del teatro. Un luogo pubblico, di divertimento, pieno di confusione, urla e chiasso. Il teatro elisabettiano è come una piazza, dove il pubblico costruisce l’opera insieme agli attori, seguendo un copione che è solo una traccia a cui ispirarsi. Il nome viene scelto su un’aforisma di Petronio: “totus mundus agit histronem” (il mondo è tutto un palcoscenico), che diventa anche il motto del teatro. Nel 1613, durante la rappresentazione di Enrico VIII, il tetto del Globe prende fuoco e l’intera struttura implode. La prima ricostruzione avviene pochi mesi dopo, ma il teatro viene usato pochissimo, poi chiuso e distrutto negli anni quaranta del 1600. I puritani proibiscono qualunque rappresentazione.

L’opera shakespeariana non è solo testo. È anche emozione, contesto, ambiente. Per questo, nel 1970, Sam Wanamaker – attore e regista americano – fonda la Shakespeare Globe Trust e l’International Shakespeare Globe Centre, con l’obiettivo di ricreare la location originale del patrono dell’arte teatrale inglese. Non è facile. Le condizioni di sicurezza moderne rendono ardua l’impresa del mecenate d’oltreoceano: i teatri seicenteschi prendevano fuoco molto facilmente ed erano soggetti a crolli improvvisi. Nel 1997, finalmente, il Globe Theatre risorge a circa 230 metri dal luogo in cui era stato costruito dalla Lord Chamberlain’s Company.

Il Globe Thatre oggi, sulla Southwalk di Londra

Il Globe Thatre oggi, sulla Southwalk di Londra

L’atmosfera è curata nei minimi dettagli. Così come l’architettura. Interamente costruito in legno di quercia, è stato riprodotto un teatro seicentesco in toto. I posti a sedere sono soltanto ai piani superiori, mentre la platea ospita il pubblico in piedi, che circonda il palco sporgente verso il centro dell’ottagono. Sopra, il cielo. Per questo le rappresentazioni hanno luogo soltanto nel periodo estivo. Durante l’inverno, dal primo gennaio 2014, è possibile comprare il biglietto per le 340 panche in legno del nuovo Sam Wanamaker Theatre. L’eccezione è il tetto, che copre l’intera struttura. Il palcoscenico è però illuminato solo da candele, come succedeva all’epoca di Shakespeare.

L'interno del Globe Theatre di Londra

L’interno del Globe Theatre di Londra

ilmiolibro.it, la casa editrice del futuro

Scrittori amatoriali? Lettori voraci, sempre in cerca di qualcosa non ancora andato in pasto al grande pubblico? Critici letterari in erba, privi di uno strumento per esternare i propri commenti? La soluzione per tutti è www.ilmiolibro.it , la più grande community digitale italiana di lettori e scrittori. Il gruppo editoriale l’Espresso ha lavorato per creare un servizio di self-publishing adatto a tutte le tasche. In particolare a quelle di romanzieri alle prime armi che, si sa, sono completamente vuote.

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Schermata 12-2457016 alle 16.02.23Pensiamo a uno scritto di 100 pagine. Con circa 8 euro è possibile stamparne una copia, con copertina morbida, che viene spedita direttamente all’indirizzo dell’autore. Ma non è finita. Il libro viene automaticamente dotato di un codice ISBN, il catalogo ufficiale del titoli pubblicati in Italia, e – se si vuole – può venire venduto sul sito http://www.ilmiolibro.it, su lafeltrinelli.it (come ebook), ma anche richiesto in forma cartacea alle librerie Feltrinelli. “Nessuno sa che ho pubblicato, come fanno le persone a conoscere il mio libro?” Semplice. Creando un annuncio su Repubblica.it! Anche per i non scrittori, che hanno però scritto – alias i tesisti universitari – questo servizio può tornare utile. Dopo sforzi enormi e nottate perse a finire la tesi di laurea, quale maggior soddisfazione di vederla pubblicata e in vendita? ilmiolibro.it ha un servizio anche per questo. Per concludere: non solo libri, ma anche cartoline, biglietti da visita, locandine, segnalibri, depliant. A prezzi bassi e con ampia scelta di design.

Schermata 12-2457016 alle 16.02.10In questa grande community non c’è spazio solo per pubblicare, ma anche per scoprire e dire la propria. Si acquista il libro che più incuriosisce, come ebook o in forma cartacea, e poi si dà via al dibattito tra lettori. Chi più recensisce e commenta, può diventare un vero e proprio talent scout, e venir scelto come rappresentante della community. Uno spazio è dedicato alle classifiche, in primis quella dei bestseller. Si passa poi ai migliori per genere e alle novità. Infine, non può mancare una pagina per chi non sa scrivere ma vorrebbe imparare: per questo c’è la writing comunity, con spunti, idee e consigli per creare una storia e farla navigare per il web.

“Con il sari rosa”, Sampat Pal e la lotta delle donne indiane

con-il-sari-rosa-sampat-palLo stato dell’Uttar Pradesh si trova all’estremo nord della penisola indiana, ed è l’unità amministrativa più popolosa del mondo. La vita rurale, le caste, la povertà sono ancora oggi la cornice della vita di questa gente, in particolare nel distretto di Banda, il Bundelkhand. “La mia casta è quella dei gadaria, i mandriani. La mia famiglia alleva bestiame e coltiva la terra da generazioni, di padre in figlio. […] Qui non ci sono altro che campi, risaie e bufali, a perdita d’occhio”.

Sampat Pal Devi nasce e cresce qui. Nonostante la povertà e la mancanza di istruzione, è riuscita a cambiare la vita di molte, sfidando i poteri forti in modo semplice, perché le donne di questa parte dimenticata di mondo, potessero migliorare la loro condizione sociale. Con il sari rosa (2010, Piemme) è la sua autobiografia. Racconta la nascita della Gulabi Gang, un’organizzazione no-profit formata da donne e che lottano per le donne, combattendo i soprusi che esse ancora oggi subiscono nell’India rurale.

Sono una donna: per farmi sentire, devo gridare più forte degli altri. In modo pacifico, per quanto è possibile. E se necessario, anche con i pugni.”

Sampat Pal e la sua Gulabi Gang

Sampat Pal e la sua Gulabi Gang

Sampat Pal nasce a Kairi, “uno sperduto villaggio tra i campi”. Ribelle già da bambina, al posto di sorvegliare la crescita dei germogli di riso nelle risaie della sua famiglia, segue di nascosto gli scolari “puliti e ben messi” fino scuola. Impara l’essenziale, a leggere e scrivere, spiando il maestro di nascosto, e poi aiutata dallo zio, unico familiare che crede nell’utilità dell’istruzione anche per le donne. L’infanzia di Sampat si divide tra Kairi e Hanuman Dhara, a 50 km di distanza: un luogo sacro, dedicato a Hanuman, il dio-scimmia. “Hanuman Dhara è un minuscolo villaggio sulle alture di Chitrakoot, appena una manciata di case appollaiate in cina a una collina scoscesa, accessibili solo grazie a una salita che conta oltre 360 scalini. Sotto, il paesaggio è diviso tra campi a perdita d’occhio da una parte e la foresta dall’altra. Niente elettricità, niente acqua corrente. Figuriamoci una scuola…”

Hanuman Dhara

Hanuman Dhara

Uno dei grandi problemi della condizione femminile in India è il fenomeno del matrimonio di spose bambine. La mano di Sampat viene promessa all’età di dodici anni. “Le nozze durarono tre giorni. La seconda sera, io e Munni Lal fummo dichiarati ufficialmente marito e moglie. [..] I componenti delle due famiglie si toccarono i piedi, in segno di rispetto. Gli uomini fumavano bidi, le donne mangiavano dolci. Ormai ero la moglie di Munni Lal. L’insieme era un po’ irreale ma tutto ciò che mi importava, in quel momento, era di tornare a giocare con i bambini della mia età.” 

Munni Lal e la sua famiglia vivono a Rauli, che, in confronto al piccolo villaggio da cui viene Sampat, è una metropoli. “Venivo da una comunità che contava poche famiglie, mentre qui c’erano almeno un migliaio di abitanti. Mi sembrava che fossero più numerosi anche i bufali che scorgevo nei campi tutto intorno.” La prima nemica con cui Sampat si scontra è la suocera, una donna che osserva le tradizioni con rigore e non vede di buon occhio la nuora ribelle e poco rispettosa dei gradi delle caste. Lei e il marito verrano cacciati di casa, ma la ragazza, ormai anche mamma, non si arrende e fonda la sua prima organizzazione solidale, una scuola di cucito, per rendere le donne rifiutate, come lei, economicamente indipendenti. “Per non creare problemi, decidemmo dunque di ritrovarci a Goada, un villaggio posto a pochi chilometri di distanza. Fu lì che aprii la mia scuola, in un piccolo locale preso in affitto. Le mie allieve avevano tra i sette e i tredici anni.”

Sampat Pal inizia a frequentare raduni dove si chiedono più diritti e rispetto, il primo a Chitrakoot, il secondo a Lucknow. Scopre un mondo nuovo, popolato da donne consapevoli del loro ruolo familiare, ma anche sociale, che non si arrendono davanti alla prepotenza degli uomini ma anzi lottano perché ciò che è stato scritto su carta – la parità di genere – trovi una strada per realizzarsi, e sfidare la paralizzata organizzazione gerarchica indiana. Dopo l’ennesimo torto subito dalla famiglia del marito, Sampat trova la forza per lasciare Rauli. L’istinto la conduce a Badausa, circa 20 km più in là.

Il logo della Gulabi Gang

Il logo della Gulabi Gang

Le reti di self-help tra donne iniziano a venir create dall’abile mano di Sampat: le indiane di questa sperduta regione del nord capiscono che sole sono inermi, ma insieme possono fronteggiare qualsiasi uomo che picchia la moglie, qualsiasi funzionario corrotto, qualsiasi poliziotto che non fa il suo dovere. Nel 2004 Jay Prakash arriva alla porta di Sampat. L’uomo, che lavora per una ONG umanitaria, sprona Sampat a fare di più. Creano il loro quartier generale a Atarra, a 10 km da Badausa. “Avevamo finalmente un quartier generale , in una cittadina di circa 50.000 abitanti, poco più grande di Badausa. In realtà Atarra era un grosso villaggio , case primitive e strade sconnesse, e animali in giro ovunque. Persino la strada principale, che passava davanti a casa nostra, era in terra battuta. Ma era un luogo di passaggio, sempre brulicante di gente, tra sfaccendati, venditori abusivi, le rare auto che riuscivano a passare, le mucche che dormivano sulla carreggiata e i maiali a caccia di immondizie da mangiare.”

La Gulabi Gang viene fondata due anni dopo, nel 2006. 25 donne, dai 40 ai 70 anni, sono le prime a iscriversi all’organizzazione, che oggi conta migliaia di adesioni. Provenienti dalle caste più umili, spesso vedove, sono state tutti aiutate da Sampat e hanno deciso di aiutare, a loro volta, altre a ribellarsi contro il potere maschile. “Gulabi vuol dire rosa in Hindi. La parola viene da gulah, che indica la rosa come fiore. Il rosa è il colore della vita, ha un che di gioioso ed è vistoso quanto basta per essere visibile da lontano.” Il rosa è il colore che Sampat sceglie per identificare la sua Gang. Tutte le donne, durante le manifestazioni pubbliche, o alle frequenti visite – o sit-in di protesta – ai commissariati di polizia, devono indossarlo. Per essere un gruppo facile da identificare. Per essere unite. “Oggi siamo ormai migliaia nella regione del Bundelkhand, nel sud dell’Uttar Pradesh, su un’area di un centinaio di chilometri quadrati intorno a Banda, il capoluogo del distretto”. 

La Gulabi Gang, durante una manifestazione

La Gulabi Gang, durante una manifestazione

“In teoria, le donne sono uguali agli uomini. Siamo in un paese libero, con leggi moderne, e la costituzione ci accorda gli stessi loro diritti. […] Di fatto, non appena una donna cerca di liberarsi dal giogo che le è stato imposto, non appena cerca di superare certe barriere, subito viene messa in discussione la sua personalità, viene attaccata la sua reputazione, viene trattata come una poco di buono. In campagna se una donna decide di non coprirsi più il viso con il sari, se rivolge la parola a un solo uomo che non sia suo marito viene accusata di essere indecente. Se una donna si innamora di un altro, è colpa sua. Se decide di vivere con un compagno di sua scelta, si dice che è scappata di casa. Se quelli della sua famiglia la riacciuffano, rischia di finire ammazzata. Il suo partner invece non rischia niente, anche se è un uomo sposato nessuno dirà mai che è scappato di casa. Se sua moglie decide di tornare dai genitori, come minimo la mettono alla porta. L’uomo invece riceverà solo un blando ammonimento, seguito dai complimenti per aver ritrovato la ragione. Peggio ancora, se una donna viene stuprata è colpa sua, è chiaro che se l’è cercata, e i poliziotti si rifiuteranno di raccogliere la denuncia. Se viene stuprata da un uomo sposato, è lei la colpevole: le sanzioni sociali non hanno nulla a che vedere con le sanzioni legali.”

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I pop-art books della Rinascente per un natale di design

Sabato pomeriggio. Il centro di Milano è colmo di gente e sacchetti che, insieme, freneticamente si aggirano di negozio in negozio, cercando regali di natale. Che ormai più che un piacere sono un dovere. Una pioggerella sottile rende la corsa al pensiero più originale ancora più stressante. Per esasperazione si raggiunge il megastore della Galleria Vittorio Emanuele II, simbolo della città e baluardo del consumismo di lusso. E al posto di entrare velocemente, defilandosi tra le code di entrata e di uscita, schivando inservienti in giacca e cravatta appositamente pensati per liberare un ingresso praticamente sempre affollato, ci si ferma. Tutti. L’affaccendato milanese caratterizzato da un’intramontabile frenesia; il turista indiano/arabo/russo che è arrivato nella capitale della moda solo per spendere più soldi possibile; il pendolare venuto a fare il giro “del sabato pomeriggio” nella big-city.

L'entrata della Rinascente, circondata da due enormi librerie

L’entrata della Rinascente, circondata da due enormi librerie

La Rinascente e le sue vetrine, simbolo di stile e design, baluardo del made in Milan. La scelta del tema per il natale 2014 potrebbe far sorridere anche chi durante le feste pensa solo a raggiungere l’anno nuovo. Sei giganteschi pop-art book riempiono sei grandi vetrate del fascino di un tempo. Grandi giocattoli che fanno tornare bambini i milanesi, i ricchi turisti e i pendolari. Ognuno racconta una storia diversa. Ognuno si apre e si chiude magicamente, lasciando all’osservatore la sorpresa di un racconto che viene creato davanti ai suoi occhi.

Sergio Colantuoni è l’artista che ha diretto i lavori di sei giovani designer. Uno per ogni pop-art book. My Christmas Gift for You è il nome dell’opera di Ivo Bisignano;  Evelina Floris ha ideato la vetrina The Fabulous Christmas Dinner, mentre Irene Ghillani quella di Xmas Candy Explosion. Christmas Concert : The Magical Carillon è stata ideata da Amedeo Piccione, Happy Christmas on Ice da Natalia Resmini e infine Christmas in a Sea of Love da Alessandro Ripane. Dal 4 dicembre al 6 gennaio l’illustrazione, il codice visivo principe dell’identità della Rinascente, è protagonista del natale di Piazza Duomo. La fashion director Tiziana Cardina è soddisfatta della scelta dei designer di talento di quest’anno: «È importante dare sostegno e visibilità ai talenti più freschi, perché più di altri sperimentano linguaggi nuovi».

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Un anno di libri

anno-2014-libriLorenzo Alunni, ricercatore in antropologia, traduttore e co-organizzatore del festival di letture CaLibro, ha descritto su Internazionale il suo 2014. L’ha fatto utilizzando i titoli dei libri usciti quest’anno. Idea originale quanto utile: il testo scorre fluente e descrive un anno piuttosto travagliato – ma in modo leggero e divertente. Scorrendo tra le righe, link a romanzi con intestazioni curiose, sollecitano il click. Chissà che, grazie a una breve lettura, qualche libro in più non possa finire sotto gli alberi di Natale.

Qui il link all’articolo

Le descrizione di qualche titolo che compone il testo di Alunni.

1) Il tempo senza età – Marc Augé. Edito da Raffaello Cortina, il libro è una grande riflessione che comprende vecchiaia e tempo, due dimensioni separate che non scorrono sullo stesso binario. Il corpo si logora, ma non necessariamente la mente. Ecco perchè, secondo Augé, quando arriva il momento della vita in cui sul metrò qualcuno si alza per cederti il posto a sedere, non significa che la vecchiaia avanza, ma soltanto che il tempo sta scorrendo. La soggettività non si logora.

2) La mafia spiegata ai bambini: l’invasione degli scarafaggi – Marco Rizzo e Lelio Bonaccorso. La cittadina di Castelgallo è il nuovo paese dei balocchi. Al posto di bambini che si trasformano in asini, criminali  diventano scarafaggi. I bambini della scuola, anch’essa colpita dalla “malattia”, cominciano a chiamarla mafia. Non scampano nè i prepotenti, nè i rapitori, ma neanche chi li difende con il loro silenzio. Alberto, il protagonista eroe, rivelerà agli abitanti di Castelgallo come sconfiggere il morbo.

3) Mali minori – Simone Lenzi. I mali minori sono quei piccoli incidenti di percorso che si racchiudono nel difficile rapporto tra bambini e genitori, tanto vicini fisicamente quanto lontani mentalmente. I mali minori sono delle sottigliezze deludenti che abituano la mente di un bambino, lentamente, al sopraggiungere inevitabile dell’età adulta.

4) Consigli inutili – Luigi Malerba. Biografie immaginarie creano il giusto contesto per piccoli consigli, ovvero aforismi e storielle, per produrre cose inutili quanto strambe. Ma divertenti. Luigi Malerba le ha raccolte dagli anni 90 fino al 2008 e, in quanto cultore del paradosso, ha deciso di raccoglierle e consegnarle al pubblico di lettori che cerca un libro leggero e anche un po’ comico.

5) La “repubblica dei matti” – John Foot. Questa storia dimostra che un piccolo gruppo di persone può davvero cambiare il mondo. Quando Franco Basaglia e Antonio Slavich cominciarono a demolire il manicomio di Gorizia dall’interno, nei primi anni sessanta, nessuno se ne accorse. Ma alla fine di quel decennio la gente accorreva a Gorizia per vedere come si rovescia un’‘istituzione totale’. Questo libro racconta la storia di quella ‘rivoluzione’.” John Foot parte dall’esperienza del manicomio di Gorizia per descrivere l’epoca crepuscolare di questi luoghi, più simili a lager che a ospedali, e, con rigore storico, ricostruisce come si è arrivati alla loro definitiva chiusura.

6) Elogio della lentezza – Lamberto Maffei. In un mondo in continuo mutamento, che non si ferma mai, dove la frenesia fa da padrona, doveroso è elogiare la lentezza. Si analizzano le strutture cognitive che portano alla rapidità naturale, ma anche culturale, per poi soffermarsi, con calma, su quelle società che invece hanno fatto della riflessione e del pensiero approfondito il loro fulcro concettuale.

7) L’Italia può farcela – Alberto Bagnai. In un anno in cui tutti tornano a crescere, necessario è soffermarsi sul quello che invece non riesce a lasciarsi alle spalle la recessione economica. Un titolo positivo e speranzoso per una situazione quasi catastrofica. E l’analisi di un neologico tutto italiano: l’autorazzismo, ma voglia di buttarsi fango addosso perchè se si pensa di non valere niente, magari ci si può anche giustificare, ma non uscire dai guai.

8) Per i sentieri dove cresce l’erba – Knut Hamsun. Libro vecchiotto (è del 1948) ma non per il pubblico italiano, che lo ha conosciuto solo quest’anno. Tra nazismo e ospedali psichiatrici, si fa strada la figura di uno scrittore novantenne, rifiutato dalla sua stessa nazione, malato nel corpo e nell’anima. Il tutto raccontato con uno stile unico, che unisce il flusso di coscienza, l’impressionismo e il lirismo.

9) Le storie degli altri – Amy Grace Loyd. L’etnologia di un condominio raccontato da una vedova che ha deciso di rinchiudersi nel suo piccolo appartamento per non dover affrontare la realtà e la solitudine. Ma saranno proprio eventi legati ai suoi sconosciuti vicini di casa a sconvolgere la vita ormai vuota della donna, che prenderà pieghe del tutto inaspettate.

10) Uscirne vivi – Alice Munro. La tredicesima raccolta di storie scrive alla vita, per trovare un modo per uscirne vivi. Esistenzialismo con l’urgenza di una fuga che si conclude con quattro episodi che, a detta della stessa scrittrice, sono «autobiografici nel sentire sebbene non, talvolta, interamente nei fatti. Le prime e le ultime cose – e le più private – che ho da dire sulla mia vita».

Un anno di libri non è un anno di vita

Questo articolo è composto quasi esclusivamente da titoli di libri usciti in Italia nel 2014. I titoli non sono stati modificati, se non, in certi casi, per l’articolo al loro inizio. I link rimandano alla loro descrizione.

2014: a un secolo dal fuoco e il gelo della prima guerra mondiale, in questo tempo senza età, abbiamo assistito alle seduzioni economiche di Faust, al gioco e il massacro del colpo di stato permanente, a cosa resta della democrazia assediata, alla trappola dell’austerity, alla mafia spiegata ai bambini della rivoluzione romanadi questi giorni, alla ferocia dell’Isiset cetera (e, anche se il mondiale è un’altra cosadi calcio non si parla).

Ma il 2014 è stato anche un anno di storie di uomini e libri, e questa è una breve storia del libro (a modo mio) nel 2014, con tutti i suoi momenti di insopprimibile fastidio. Perché ne ammazza più la penna

Non è un “libro dei fatti 2014”, e non sono certo i cento libri che rendono più ricca la nostra vita (senza parole a proposito di capolavori), né racconti di una vita, né i libri della mia vitaIl punto è che ogni libro è anche un dettato del presente come storia, della commedia italiana, del male necessario e dei mali minoriconsigli inutili, biografie immaginariela vita, forse l’arte.

È la biblioteca che vorrei per un lungo sguardo sull’anno passato e su un’etnografia del quotidiano del 2014. Non sono solo ritratti italiani, ma un’anatomia dell’indagine – quasi un romanzo, perché del resto la realtà non è come ci appare – sia su questa Repubblica dei matti che su questo mondo piccolo.

Questi sono tempi da raccontare, scrivere e vivere, attraverso notizie dalle tenebrema contro gli opposti pessimismiI cacciatori di libri italiani del 2014 disegnano così un atlante immaginario che è anche un atlante dei luoghi maledetti. In fondo noi,bugiardi nati, siamo sempre stati maestri di finzioneda Pascoli a Busi.

Speravamo nei miracoli e un giornoalla fine del sonno, invece ci siamo svegliati di fronte a un paesaggio di ceneri. Con tutta la fatica di diventare grandi (conscio dellagiusta fatica di crescere), ripensi alle scelte che non hai fatto, cerchi di vivere, pensare, guardare come finisce il libro, seduti sulla panchina o in piedi sui pedali, aimparare l’arte di mentire a se stessi e agli altri, a imparare l’uso dei corpifino in fondo, a sentirsi sulla cresta dell’onda, fra aurore d’autunno in un animo d’inverno, a uscire dalla paura fra amore e ostacoli e fra clamori al vento. Un elogio dell’anarchismo senza padri dev’essere anche un elogio della lentezza di un viaggio in Italiaterra mobileun millimetro in là e uno in qua.

La vita umana sul pianeta terra, fin dall’uomo di Neanderthal, è una storia parziale delle cause perseL’Italia può farcela? Può darsi, regaliamoci speranza, ma un disastro è per sempreIl rischio è che, se viceversa cerchi una fabbrica della speranzaè così che la perdiDiscorso globale, sofferenze locali: certo, ma, cercando una exit strategy, viene da guardare quel che rimane della fortezza di questo paese ben coltivato ma poco raccomandabile e chiedersi: perché non lo portate a Lourdes?

Nell’ombra e nella luce di questo paese, l’ultima spedizione di noi eroi imperfetti,uomini e comandanti, è dirsi “io non ci sto” e che alla fine andrà tutto benenon mollare e ripoliticizzare il mondosenza paura, senza pietàcome primaquando tutto era possibile, quando non ci eravamo mai annoiati, quando i buoni venivano da lontanoSiamo buoni se siamo buoni. Come cavalli che dormono in piedi,svegliamoci pure, ma a un’ora decente.

Niente è per caso, neanche gli stati di grazia. Ti dicono “scuotiamo l’Italia, non abbiamo mai avuto così poco tempo per fare così tanto”, ma allora tu ti dici “non ci capisco niente”, perché, se questi sono i nomi (“solidarietà”?), allora c’è bisogno di nuovi nomi.

Nel 2014 avremmo dovuto avere tempo di andare a pesca nelle pozze più profonde,imparando a camminare per i sentieri dove cresce l’erbainseguendo un’ombraa spasso fra i rifiuti, dietro alle le nostre deboli traccedove nessuno ti troverà. Avremmo dovuto dedicarci alle persone, soltanto le persone, perché siamo immersi nell’illusione della separatezza, ma fra noi c’è solo una parete sottile di cartongesso, perché le storie degli altri – tutti gli altri – possono essere il sintomo della nostraguarigione, una tregua senza il vento della storia.

Di tutta la solitudine che meritate per favore non dite nienteNon puoi tornare a casa, perché ci sei già, e sentirai che è meglio stare a casaI filosofi parlano di felicitàgli umani dell’ostinato scorrere del tempoLa vita non è in ordine alfabetico, né, con rispetto parlando, è fondata sulla cultura. È piuttosto un labirinto filosofico: c’è prima di tutto da uscirne vivi, perché la morte di un uomo felice el’educazione (im)possibile alla vendetta non servono a nessuno. Ricorda: 1914-1918. Praticamente era solo ieri. E allora immagina di essere in guerra, e non dirmi che hai paura.

Isla Negra: il rifugio di Pablo Neruda tra olas y lluvia

Isla Negra

Isla Negra

“Cielo, déjame un día de estrella a estrella irme
pisando luz y pólvora, destrozando mi sangre

hasta llegar al nido de la lluvia!
[…]
Océano, tráeme 

un día del Sur, un día agarrado a tus olas, 

un día de árbol mojado, trae un viento 

azul polar a mi bandera fría!”

(Quiero volver al Sur – Messico 1941. Traduzione: Cielo, lasciami andare di stella in stella un giorno calpestando luce ed polvere, gettando il mio sangue fino al nido della pioggia! Oceano, portami un giorno del Sud, un giorno aggrappato alle tue onde, un giorno d’albero umido, trascina un vento azzurro polare alla mia fredda bandiera!)

Pablo Neruda lascia il Cile per la prima volta nel 1927, alla volta della Birmania. È il primo di tanti incarichi diplomatici che il poeta svolgerà in tutto il mondo, dall’Asia all’Europa al Sud America. Rimane sempre nella semantica utilizzata nelle sue poesie un richiamo al Cile, in particolare al sud, zona caratterizzata da grandi piogge, natura rigogliosa e mare burrascoso. Dall’Asia Meridionale allo Sri Lanka per sfuggire a un’amante ossessiva; dalla Spagna democratica alla guerra civile scatenata dai franchisti; dal Messico dei murales e del comunismo alla discesa verso il Cile, insignito della carica di Poeta Vate da tutti i paesi dell’America Latina. Tranne il suo. Neruda torna in patria per lavorare a una democrazia forte e duratura, ma è costretto all’esilio. Di nuovo girovaga per tutto il mondo, prima in Argentina, poi di nuovo in Europa, e anche Urss, Cina.

Finalmente giunge Salvador Allende, che porta con sé la speranza di una vera democrazia cilena. Pablo Neruda può costruirsi una vera casa, può riposare, scrivere e meditare. Trova Isla Negra, simbolo di tutto ciò che ha determinato la sua poesia indirettamente. Immersa nella natura, a due passi dalle onde burrascose del mare, selvaggia e solitaria. Il mare è dominante, l’acqua è l’elemento primario di questa parte del mondo.

La costa davanti a Isla Negra

La costa davanti a Isla Negra

Necesito del mar porque me enseña:
no sé si aprendo música o conciencia:
no sé si es ola sola o ser profundo
o sólo ronca voz o deslumbrante
suposición de peces y navios.
[…]
del fragmento reconstruyo el día,
de una racha de sal la estalactita
y de una cucharada el dios inmenso.

Lo que antes me enseñó lo guardo! Es aire,
incesante viento, agua y arena.”

(El Mar – Isla Negra 1963. Traduzione: Ho bisogno del mare perché m’insegna: non so se imparo musica o coscienza: non so se  è onda sola o essere profondo o sola roca voce o abbacinante supposizione di pesci e di navigli. […] Dal frammento ricostruisco il giorno, da una raffica di sale le stalattiti e da una cucchiaiata il dio immenso. Ciò che m’insegnò prima lo custodisco! È aria, vento incessante, acqua e arena.)

Neruda non è solo a Isla Negra. Dopo tanti amori diversi con donne provenienti da paesi diversi, trova la compagna per l’ultima parte della sua vita, quella più riflessiva, in Matilde, che sarà sua moglie dal 1966 fino alla sua morte nel 1973.

Matilde Urrutia e Pablo Neruda a Isla Negra

Matilde Urrutia e Pablo Neruda a Isla Negra

Tal vez,
solo fue un largo día color de miel y azul,
tal vez solo una noche, como el párpado
de una grave mirada que abarcó
la medida del mar que nos rodeaba,
y en este territorio fundamos solo un beso,
solo inasible amor que aquí se quedará
vagando entre la espuma del mar y las raíces.”

(Amor para este libro – Isla Negra 1965. Traduzione: magari è stato solo un lungo giorno color del miele e azzurro, magari solo una notte, come una palpebra di uno sguardo profondo che copriva la grandezza del mare che ci circondava, e in questo territorio abbiamo fondato un bacio unico, un unico amore inafferrabile che qui abiterà, vagando tra la schiuma del mare e le radici.)

Pablo Neruda ama così tanto Isla Negra che scrive una poesia, Disposiciones, dove chiede di essere seppellito qui quando morirà.

Compañeros, enterradme en Isla Negra,
frente al mar que conozco, a cada área rugosa
de piedras y de olas que mis ojos perdidos
no volverán a ver.
Cada día de océano
me trajo niebla o puros derrumbes de
turquesa,
o simple extensión, agua rectilínea, invariable,
lo que pedí, el espacio que devoró mi frente.

[…]
todas las llaves húmedas de la tierra marina
conocen cada estado de mi alegría,
saben
que allí quiero dormir entre los párpados
del mar y de la tierra . . .
Quiero ser arrastrado
hacia abajo en las lluvias que el salvaje
viento del mar combate y desmenuza,
y luego por los cauces subterráneos, seguir
hacia la primavera profunda que renace.

Abrid junto a mí el hueco de la que amo, y
un día
dajadla que otra vez me acompañe en la
tierra.”

(Disposiciones – 1950. Traduzione: Compagni, seppellitemi a Isla Negra, di fronte al mare che conosco, a ogni superficie rugosa della pietra e delle onde che i miei occhi perduti non rivedranno più. Ogni giorno d’oceano mi portò nebbia o puri dirupi di turchese, o semplice estensione, acqua rettilinea, invariabile, quello che chiesi, lo spazio che divorò la mia fronte. […] Tutte le chiavi umide della terra marina conoscono ogni grado della mia gioia, sanno che voglio dormire il tra le palpebre del mare e della terra… Voglio essere trascinato verso il basso nelle piogge che il selvaggio vento del mare combatte e sminuzza, e poi per canali sotterranei proseguire verso la primavera profonda che rinasce. Scavate accanto a me la fossa di colei che amo, e un giorno lasciate che mi faccia compagnia anche nella terra.)

Pablo Neruda, premio nobel per la letteratura nel 1971

Pablo Neruda, premio nobel per la letteratura nel 1971

Pablo Neruda muore il 23 settembre 1973, in ospedale, lontano da Isla Negra, in circostanze molto sospette. Pochi giorni prima Pinochet e il suo colpo di stato avevano distrutto la debole democrazia costruita con tanti sforzi dal poeta e da Salvador Allende. Il suo funerale è stato uno dei momenti più importanti dell’opposizione al nuovo regime dittatoriale. «Guardatevi in giro, c’è una sola forma di pericolo per voi qui: la poesia» avrebbe detto ai soldati venuti a cercarlo nella sua casa sul mare. Morte della democrazia e morte del sommo poeta padre della libertà cilena. Il suo corpo è stato sepolto, come aveva chiesto, a Isla Negra.

 

 

La Valsassina nei Promessi Sposi: Pasturo e la casa di Agnese

La casa di Agnese in un dipinto di Luigi Zago

La casa di Agnese in un dipinto di Luigi Zago

Nel cuore della Valsassina, alle pendici del versante orientale della Grigna settentrionale, si sdraia il paese di Pasturo, il cui nome evoca la propensione per la vita contadina e pastorale. Primo centro turistico della valle, prima che Barzio si sviluppasse e, anche grazie alle piste sciistiche di Bobbio, diventasse il principale punto di raccolta dei vacanzieri milanesi, Pasturo ha anche una storiografia letteraria. Alessandro Manzoni, padre del romanzo all’italiana, costruisce i Promessi Sposi tra Milano, Lecco, Monza e Bergamo, ma non dimentica di citare anche i principali centri abitati della Valsassina.

Nonostante la provenienza dei fidanzati Renzo e Lucia rimanga sconosciuta, il capitolo XXXIII rivela il luogo d’origine della madre di Lucia, Agnese. Renzo, sopravvissuto alla peste di Milano, chiede notizie della futura suocera a Don Abbondio: “E Agnese, è viva?” – “Può essere; ma chi volete che lo sappia? non è qui. Ma...” – “Dov’è?” – “È andata a starsene nella Valsassina, da que’ suoi parenti, a Pasturo, sapete bene; ché là dicono che la peste non faccia il diavolo come qui”.

La targa sulla casa di Agnese a Pasturo

La targa sulla casa di Agnese a Pasturo

Arrivando dalla strada provinciale che attraversa la Valle lecchese, il panorama si apre sulla sinistra per lasciare spazio a Pasturo, un paese di 1.978 abitanti, attraversato dal gelido torrente Pioverna. Girando attorno alla chiesa e insinuandosi in una piccola e buia stradina ciottolata – via Parrocchiale – ci si trova davanti a quella che secondo la leggenda è la casa di Agnese, in tipico stile valsassinese, con portici e loggiati. Nonostante l’autore ottocentesco lasci intendere la pienezza e floridità di queste zone, pensando sia impossibile che siano state toccate dalla peste, nei registri ecclesiastici del paese sono segnati 432 morti tra Pasturo e Baiedo. Il curato Pietro Platti continua dicendo che ne seppellirono “sino al numero di 21 al giorno”.

La casa di Agnese, in una cartolina d'epoca

La casa di Agnese, in una cartolina d’epoca

La Valsassina, tramite le parole di Don Abbondio, vive con paura l’avanzata dell’esercito alemanno che, scendendo dalla Valtellina, sta cercando di arrivare a Mantova. Nel capitolo XXIX Manzoni immortala la discesa dei Lanzichenecchi che provocò in queste zone morte e devastazione, citando tutti i centri abitanti principali della valle valsassinese: “Chi non ha visto don Abbondio, il giorno che si sparsero tutte in una volta le notizie della calata dell’esercito, del suo avvicinarsi, e de’ suoi portamenti, non sa bene cosa sia impiccio e spavento. Vengono; son trenta, son quaranta, son cinquanta mila; son diavoli, sono ariani, sono anticristi; hanno saccheggiato Cortenuova; han dato fuoco a Primaluna: devastano Introbbio, Pasturo, Barsio; sono arrivati a Balabbio; domani son qui: tali eran le voci che passavan di bocca in bocca; e insieme un correre, un fermarsi a vicenda, un consultare tumultuoso, un’esitazione tra il fuggire e il restare, un radunarsi di donne, un metter le mani ne’ capelli”.

Valsassina oggi

Valsassina oggi

Renzo, dopo essere riuscito a salvare Lucia dalla pestilenza milanese, raggiungerà Pasturo, solo per dire ad Agnese che potrà riabbracciare la figlia: “Andava dunque il nostro viaggiatore allegramente, senza aver disegnato né dove, né come, né quando, né se avesse da fermarsi la notte, premuroso soltanto di portarsi avanti, d’arrivar presto al suo paese, di trovar con chi parlare, a chi raccontare, soprattutto di poter presto rimettersi in cammino per Pasturo, in cerca d’Agnese. […] Era ancor presto quando ci arrivò: ché non aveva meno fretta e voglia di finire, di quel che possa averne il lettore. Cercò d’Agnese; sentì che stava bene, e gli fu insegnata una casuccia isolata dove abitava. Ci andò; la chiamò dalla strada: a una tal voce, essa s’affacciò di corsa alla finestra; e, mentre stava a bocca aperta per mandar fuori non so che parola, non so che suono, Renzo la prevenne dicendo: – Lucia è guarita: l’ho veduta ierlaltro; vi saluta; verrà presto. E poi ne ho, ne ho delle cose da dirvi.”

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Pasturo

Un’altra piccola curiosità su Pasturo: nel 1859, durante i festeggiamenti per l’alleanza franco-piemontese, viene affrescato su casa Pigazzi, vicino alla chiesa, una meridiana. Sotto si trova questa sigla: W. 1859 W. V.E. E L.N. – “Viva l’anno 1859. Viva Vittorio Emanuele e Luigi Napoleone” –
 e la scritta “Il tempo fugge e non fa più ritorno tu senza ben oprar non passar giorno”.

#christmasinbook, l’hashtag di Libreriamo per un natale da @booklovers

wbresize.aspxFacebook, twitter e instagram: il sito Libreriamo (pagina facebook) ha lanciato il primo dicembre una campagna promozionale al grido di “christmas in book” ispirandosi alla canzone natalizia “Christmas in love” di Renee Olstead. L’obiettivo è la sensibilizzazione del popolo dei social network sulla crisi delle vendite dell’editoria. Il periodo natalizio è da sempre il più fruttifero per il settore, visti i tanti libri comprati per essere impacchettati e lasciati sotto l’albero di natale, e Libreriamo ha pensato di creare un hashtag per ricordare a tutti la possibilità di donare ad amici e parenti qualcosa di utile – un romanzo, un saggio o una biografia.

Anche in questo ultima parte dell’anno, i dati relativi alla lettura e ai libri in Italia fanno registrare il segno meno” ha detto Saro Trovato, sociologo e fondatore di Libreriamo, “Per sensibilizzare alla lettura, abbiamo pensato di sfruttare la viralità di Facebook, Twitter e dei più diffusi social per cercare di coinvolgere ed avvicinare sempre più persone alla lettura, attraverso una campagna condivisa che punta a coinvolgere la gente in modo semplice e divertente. La campagna nasce per un fine sociale molto importante: promuovere la lettura e i libri, facendo scoprire a sempre più persone il piacere di leggere, soprattutto durante il Natale, periodo fondamentale per le case editrici, nel corso del quale si concentrano gli incassi degli ultimi 3-4 mesi dell’anno”.

Una delle foto postate su twitter per #christmasinbook da @biblioterapeuta

Una delle foto postate su twitter per #christmasinbook da @biblioterapeuta

Tutti possono partecipare alla campagna letteraria e diventare booklovers: basta scattare una foto che abbia come soggetto il natale e qualcosa che richiami l’ambiente letterario, oppure cercarla sul web, e creare poi un post su twitter, facebook o instagram con l’hashtag #cristmasinbook. Il sito, alla fine delle vacanze natalizie, creerà un “book fotografico” con tutte le immagine che avrà raccolto.

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Gli italiani comprano sempre meno libri: nel 2013 solo il 43% ne legge almeno uno in un anno, tre punti percentuali in meno del 2012. La letteratura per ragazzi è l’unica in lieve crescita, come ricorda il presidente dell’associazione italiana editori, Marco Polillo: “Il settore dei libri per bambini e per ragazzi chiude il 2013 in positivo, e raggiunge un peso sempre maggiore sul totale delle vendite. E’ estremamente significativo che questo particolare mercato sia in controtendenza rispetto a quello generale. La disaffezione nei confronti del libro sembrerebbe più da parte dei genitori.
In generale questo business ha perso il 13,8% in due anni. Continua Polillo: “Il mercato del libro scende a quota 3,1miliardi. La cifra diventa poi 2,86 miliardi di euro se non si considera nel totale il mercato dell’usato e i prodotti che le librerie vendono ma che sono definiti non-book, come ad esempio la cartoleria.”

Un flashmob per promuovere la lettura: “gotta keep reading”

Cosa non si fa per i libri? L’11 dicembre 2009 gli studenti della Ocoee Middle School, Florida, decidono di attirare l’attenzione di Oprah Winfrey, grande star della tv americana, e allo stesso tempo di promuovere la lettura tra i giovani. Ispirandosi a uno dei più cliccati flashmob del web – quello che i fan dei Black Eyed Peas avevano messo in scena durante la puntata del The Oprah Winfrey Show a un concerto del gruppo a Chicago – cambiano le parole della canzone “I gotta feeling” con “gotta keep reading” e iniziano a ballare in sincronia con un libro in mano. “I gotta feeling that this book is gonna be a good book”, questo il ritornello cantato da due ragazze del college circondate dai loro compagni che le seguono a ritmo, tutti in sincronia. Un progetto tanto originale da conquistare anche Oprah, che farà poi una donazione alla libreria della scuola.

Tanto originale da essere poi ripetuto in altre latitudini degli Stati Uniti, come ad esempio a Santa Clarita, California. Nel 2010 la Peachland Elementary School non riesce a resistere al sound dei Black Eyed Peas, né al richiamo della letteratura. Il gruppo musicale Open Coda arrangia quindi “gotta keep reading”, Cherelle Shaw pensa alla coreografia, ogni bambino si presenta con un libro in mano, ed ecco che un altro flashmob letterario è pronto per finire su youtube a portare il suo messaggio a tutti i ragazzi del mondo.

Anche la Roosvelt School, a Bridgeport, Connecticut, ha deciso di entrare in questa grande celebrazione della lettura e nel 2011 dà il suo contributo con una nuova versione del flashmob “gotta keep reading”.

Esistono moltissimi altri balli improvvisati dedicati ai libri. Un esempio: quello organizzato in Scozia, per sponsorizzare un evento durato per un’intera estate, dal 13 giugno al 24 agosto 2013, la Summer Reading Challenge. 9.000 alunni si sono dati appuntamento nell’Aberdeenshire dopo aver dimostrato di essere dei grandi lettori. Per poter partecipare infatti, i bambini dovevano ottenere almeno 6-7 timbri su una scheda consegnata al momento dell’iscrizione. Come ottenerli? Un libro letto per ogni timbro. Al flashmob partecipano sia bambini che adulti. Tutti insieme al grido di “Go wild with the books!”