“Come la civetta quando di giorno compare”

“Incredibile è anche l’Italia: e bisogna andare in Sicilia per constatare quanto è incredibile l’Italia.”

sciascia_civettaS. è un piccolo paese siciliano, “un vecchio paese con case murate in gesso, con strade ripide e gradinate: e in cima a ogni strada, a ogni gradinata, c’è una brutta chiesa”. Non è lontano da Palermo, e per chi vuole raggiungere la città c’è un autobus, che parte ogni mattina dalla piazza principale, “silenziosa nel grigio dell’alba”. È da qui, dallo sportello che si apre per far salire un passeggero ritardatario, che Leonardo Sciascia parte per raccontare la sua Sicilia, piena di contraddizioni e di omertà, di uomini veri e di quaquaraquà, di poveri potatori e di potenti, che da Roma manovrano vite e destini. La sua Sicilia, di cui anche i continentali si innamorano, come il capitano Bellodi, che arriva da Parma e viene trapiantato nel piccolo paese S., simbolo di una Sicilia che “è tutta una fantastica dimensione: e come ci si può star dentro senza fantasia?”.

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Piazza Duomo di Partinico. Qui nel 1968 è stato girato il film “Il giorno della civetta”

Ore 6.30 all’angolo tra via Cavour e piazza Garibaldi. Due colpi di lupara uccidono Salvatore Colasberna, il presidente di una cooperativa edilizia. È la prima vittima di un assassino a cui Bellodi deve dare un nome. E quel nome, secondo lui, è ‘mafia’. Poi c’è Paolo Nicolosi, un potatore, che sparisce e poi viene ritrovato senza vita. Infine il Confidente – o quaquaraquà – il piccolo delinquente che si sente in colpa: parla con le autorità per pulirsi la coscienza ma non regge la pressione. Delitti passoniali secondo i siciliani. Delitti mafiosi secondo i continentali.

“Il comandante cominciò a parlare della Sicilia, più bella là dove è più aspra, più nuda. E dei siciliani che sono intelligenti: un archeologo gli aveva raccontato con quale abilità e alacrità e delicatezza i contadini sanno lavorare negli scavi, meglio degli operai specializzati del nord. E non è vero che i siciliani sono pigri. E non è vero che non hanno iniziativa.”

Bellodi, che “è una folla di personaggi che realmente esisteranno, non è ispirato ma ispiratore, è tutti gli eroi antimafia che l’Italia ha conosciuto, come Renzo è tutti i promessi sposi, Ulisse è tutti i vagabondi, Pinocchio è tutti i bambini del mondo”, trova una strategia per combattere il silenzio, per riportare la legge, quella che “è uguale per tutti” a S., per far uscire allo scoperto quella mafia che tutti sostengono non esista. Si scontra con il boss del paese, Mariano Arena, e lui riconosce il suo valore.

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Franco Nero, l’attore che ha interpretato il capitano Bellodi nel film del 1968

“«Io» proseguì poi don Mariano «ho una certa pratica del mondo; e quelle che diciamo l’umanità, e ci riempiano la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà… […] Lei, anche se mi inchioderà su queste carte come un Cristo, lei è un uomo…». «Anche lei» disse il capitano con una certa emozione».”

Non lo inchioda il capitano che viene dal nord. Non lo inchioda perché la mafia è “come la civetta quando di giorno compare”. È un animale notturno che può andare a caccia tranquillamente anche con la luce del sole, perché protetta dai potenti, dai politici. Si innamora di quella terra, anche se rimpiange la sua Parma.

“E gli prendeva, nella delusione, nostalgia: la striscia di sole che cadeva, in pulviscolo dorato, sul tavolo, illuminava il frullo delle ragazze in bicicletta nelle strade dell’Emilia, la filigrana degli alberi in un cielo bianco; e una grande casa dove la città si abbandonava alla campagna, dolcissima nel lume della sera e del ricordo: ‘dove tu manchi’ si diceva con le parole di un poeta della sua terra ‘all’antica abitudine serale’; parole che il poeta aveva scritto per un fratello morto, e nella pietà di sé lontano, e nella delusione, il capitano Bellodi un po’ morto si sentiva. La donna lo guardava con apprensione, tra loro era quella striscia di sole che batteva sul tavolo.”

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Il golfo di Palermo

Il comandante Bellodi, “che anticipa gli eroi italiani in carne e ossa, e finisce con il somigliare davvero a tutti gli uomini che di lui si sono nutriti e ancora di lui si nutriranno”, è un ossimoro. Uomo del nord, che prova a risolvere i problemi del sud. Un continentale che non riesce a sciogliere l’intricata matassa di contraddizioni che bloccano gli isolani. Torna nella sua Parma, per farsi passare la rabbia e l’amarezza. Ma la sua mente non riesce a separarsi dalla difficile Sicilia.

“«In Sicilia le nevicate sono rare» pensò: e che forse il carattere delle civiltà era dato dalla neve o dal sole, secondo che neve o sole prevalessero. Si sentiva un po’ confuso. Ma prima di arrivare a casa sapeva, lucidamente, di amare la Sicilia: e che ci sarebbe tornato. «Mi ci romperò la testa» disse a voce alta.”

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