La Parigi sottomessa di Michel Houellebecq

«Il vero nemico dei musulmani, quello che temono e odiano più di qualsiasi altro, non è il cattolicesimo: è il secolarismo, la laicità, il materialismo ateo. Per loro, i cattolici sono dei credenti, il cattolicesimo è una religione del Libro; si tratta solo di convincerli a fare un passo in più, a convertirsi all’Islam: è questa la vera visione musulmana della cristianità, la visione originaria»

Sottomissione-Copertina-houllebecqCinismo e intellettualismo. Rapporti umani inesistenti, se non con pochi colleghi e molte studentesse – in privato, nella sua camera da letto. Una vita passata nello stesso Arrondissement, tra le aule universitarie, prima da studente e poi da insegnante. Un punto fermo, il suo mentore: un filosofo della seconda metà dell’800, Huysmans, con cui condivide geografia, biografia e decadentismo. François, il protagonista di Sottomissione, è portato da Houellebecq come immagine del vizio laico dell’Occidente moderno, per rappresentare le radici di una distorsione che democrazia e secolarismo stanno facendo crescere tra le vie di Parigi, culla della civiltà europea. Il romanzo di Houellebecq è un avvertimento: se a queste radici verrà permesso di germogliare e di lasciar crepare la terra in cui sono state sotterrate, altre pilastri sostituiranno quelli che da secoli stanno sorreggendo il nostro mondo.

«Mi piaceva prendere la metropolitana poco dopo le sette, darmi la fugace illusione di appartenere alla “Francia che si alza presto”, quella degli operai e degli artigiani, anche se in realtà ero praticamente l’unico in quella situazione, visto che alle otto facevo lezione in un’aula quasi deserta, a parte un gruppo compatto di studentesse cinesi, di una serietà glaciale, che parlavano poco tra loro e mai con gli altri. […] All’uscita dalla lezione incontravo Steve, che aveva avuto un pubblico simile – con la differenza che nel suo caso al posto delle cinesi c’era un gruppo di maghrebine velate, altrettanto serie, altrettanto impenetrabili. Steve mi proponeva quasi sempre di andare a bere qualcosa – di solito un tè alla menta nella grande moschea di Parigi, a poche strade dalla facoltà».

La Grande Moschea di Parigi

La Grande Moschea di Parigi

È una Parigi diversa da quella di oggi. È la Parigi del 2022, in cui etnie diverse si sono fuse in un’unica entità. L’uomo bianco occidentale tenta disperatamente di continuare a governare la sua città, o la sua aula universitaria, dove gruppi di colori e culture lontane, ma ormai vicine, stanno prendendo sempre più il sopravvento. E infatti François, di ritorno dalla pausa con il collega Steve – nella Grande Moschea a prendere un tè alla menta, non più alla brasserie a bere un caffè – deve fare i conti con i fratelli delle studentesse “velate” che aspettano di seguire la sua lezione. «Quel giorno non erano armati». La violenza è entrata dalla porta di servizio tra le vie di Parigi e sembra ormai che nessuno, neanche un cinico professore universitario, ci faccia più caso.

Place de Clichy, Parigi

Place de Clichy, Parigi

«A un centinaio di metri verso nord, Place de Clichy era completamente invasa dalle fiamme; si notavano un autobus e alcune carcasse d’auto, carbonizzati; la statua del Maresciallo Moncey, imponente e nera, si stagliava al centro dell’incendio. Non si vedeva anima viva. Il silenzio aveva invaso la scena, turbato solo dall’urlo ossessivo di una sirena». Le elezioni si avvicinano e gli scontri si intensificano. Il Front National di Marine Le Pen lotta contro un nuovo partito, che dopo soli cinque anni dalla nascita può permettersi di affossare le fazioni tradizionali, simbolo di una democrazia bipolare e svuotata di ideologie forti, che non riesce più a sopravvivere. È Mohammed Ben Abbes il candidato favorito, l’unico in grado di contrastare Le Pen. La sua Fratellanza Musulmana raccoglie sempre più voti, fino ad arrivare alle elezioni, dove supera la soglia del ballottaggio.

«Quando tornai in facoltà per fare lezione ebbi per la prima volta la sensazione che potesse succedere qualcosa; che il sistema politico nel quale mi ero abituato a vivere sin dall’infanzia, e che da un bel pezzo di stava palesemente incrinando, potesse esplodere di colpo».

L'università Parigi III - Sorbonne Nouvelle - dove insegna François

L’università Parigi III – Sorbonne Nouvelle – dove insegna François

Parigi entra in una nuova fase. C’è silenzio, di attesa e di paura. C’è un senso di trasformazione; si è superata la soglia del non-ritorno. Da qui in poi, tutto sarà diverso. A cominciare dall’università, cuore della cultura di una nazione e primo bersaglio dei nuovi aspiranti alle poltrone del potere. Un posto troppo pericolo e troppo prezioso perché possa rimanere aperto in un momento così delicato. «Decisi di tornare a casa a piedi […]. Arrivando in Place d’Italie fui preso dall’improvvisa sensazione che tutto potesse sparire. Quella piccola nera con i capelli ricci, con il culo sagomato dai jeans, che aspettava l’autobus 21, poteva sparire; era sicuramente in procinto di sparire o, quantomeno, di subire una pesante rieducazione. Sullo spiazzo davanti al centro commerciale Italie2 c’erano come al solito dei questuanti, quel giorno erano di Greepeace, anche loro stavano per sparire […]. All’interno del centro, il bilancio era più contrastato. Bricorama era inoppugnabile, ma i giorni di Jennifer erano sicuramente contati, lì non proponevano niente che si potesse considerare appropriato per un’adolescente islamica».

L’università è stata chiusa e François deve partire. Inizia un viaggio d’addio alla vita che ha sempre vissuto, al mondo che ha sempre conosciuto. Non ha una destinazione precisa, la cosa importante è allontanarsi da quella città che l’ha sempre accolto e che ora sta cambiando. Cerca sicurezza. «Alle cinque e mezzo ero pronto a partire. La mia auto si mise in moto senza problemi, mi avviai per le strade di una Parigi deserta; alle sei ero già nei pressi di Rambouillet. Non avevo alcun progetto, alcuna destinazione precisa; solo la sensazione, molto vaga, che mi convenisse dirigermi verso Sud-Ovest; che, se in Francia fosse scoppiata una guerra civile, ci avrebbe messo un po’ prima di arrivare a Sud-Ovest».

L’autostrada è deserta, perché nessuno ha voglia di uscire di casa e chi lo fa, rischia di venire ucciso, come gli uomini stesi a terra senza vita che François vede alla stazione di servizio di Pech-Montat. Si ferma a Martel, in un hotel caratteristico, il Relais du Haut-Quercy. «Era un grande edificio di calcare bianco, a due piani, situato un po’ fuori dal paese. Il cancello si aprì con un lieve cigolio, attraversai un terrapieno ricoperto di ghiaia, salii qualche scalino fino alla reception. Non c’era nessuno». Tutta la Francia attende, e così anche François, mentre si aggira tra le vie della cittadina medievale. «Il resto del paese era in stile, e mi addentrai per stradine pittoresche e deserte fino ad arrivare alla chiesa di Saint-Maur, massiccia, quasi priva di finestre; si trattava di una chiesa fortificata, costruita per resistere agli assalti degli infedeli, giacché nella regione ce n’erano parecchi, mi informò l’opuscolo».

La cittadina medievale di Martel

La cittadina medievale di Martel

Il suo viaggio sembra portarlo sempre più vicino a quello che è il fondamento della cultura occidentale: Rocamadour è una famosa meta di pellegrinaggio cristiana. «La stagione turistica non era ancora al culmine, e trovai facilmente una stanza all’hotel Beau Site, piacevolmente ubicato nella città medievale; il ristorante panoramico dominava la valle dell’Alzou. In effetti il sito era impressionante, e molto visitato». Il cinico laico che contempla la Madonna Nera all’interno della cappella di Notre Dame. Fuori dai portoni, Ben Abbes vince le elezioni e diventa presidente di Francia.

Rocamadour

Rocamadour

«Tornando a Parigi, superando il casello di Saint-Arnoult, lasciandomi alle spalle Savigny-sur-Orge, Antony e poi Montrouge, deviando verso l’uscita di Porte d’Italie, sapevo di avere davanti a me una vita senza gioia e tuttavia non vuota, anzi, popolata di tenui aggressioni». La violenza è finita. Rimane il vuoto. Le radici sono germogliate e la terra è franata sotto i piedi di François. Riceve una lettera di pre-pensionamento con un assegno tre volte quello che prendeva prima, ma non ha più uno scopo per andare avanti. Nessuna studentessa da adescare, ora che sono tutte coperte dal velo. Nessun lavoro, nessuno scopo. Parigi è cambiata, ma François fatica ad adattarsi. Al centro, sempre il suo punto fermo: l’università. «All’esterno non c’era niente di nuovo nella facoltà, a parte una stella e una mezzaluna in metallo dorato aggiunte accanto alla grande scritta “Università Sorbona Nuova – Parigi III”, che sovrastava l’ingresso; ma all’interno degli edifici amministrativi le trasformazioni erano più visibili».

L'abbazia di Saint-Martin de Ligugé

L’abbazia di Saint-Martin de Ligugé

François pensa al suicidio, ma prima tenta l’ultima carta a sua disposizione: chiede aiuto alla sua guida, a quel filosofo decadente che l’ha guidato per tutta la sua vita. «Il 19 gennaio, durante la notte, fui sommerso da una crisi di pianto imprevista, interminabile. Al mattino, mentre l’alba si levava su Le Kremlin-Bicêtre, decisi di tornare nell’abbazia di Ligugé, dove Huysmans aveva ricevuto l’oblazione». L’Abbazia di Saint-Martin de Ligugé è il più antico monastero d’occidente. Ancora un rifugio religioso per un cinico intellettuale. François ci rimane tre giorni, un arco di tempo biblicamente significativo. E poi, capisce che lì non c’è più niente da fare. «Poi feci una lunga passeggiata nel parco, fumando numerose sigarette, in attesa dell’ufficio del vespro, che precedeva di poco il pasto. Il sole era sempre più luminoso, faceva scintillare la brina, accendeva bagliori biondi sulla pietra degli edifici, scarlatti sul tappeto di foglie morte. Il senso della mia presenza in quel luogo aveva smesso di apparirmi chiaramente; a volte mi appariva fiocamente, poi spariva quasi subito; ma non aveva più, con ogni evidenza, molto a che fare con Huysmans».

Tornando a Parigi François è pronto a cominciare la sua nuova vita. Ha detto addio alla filosofia di Huysmans, al mondo laico e razionale. La conversione è appena poco più in là, dove un uomo viene attirato da due, tre mogli adolescenti che vivono per servirlo. Dove un professore è considerato illustre membro del sistema. Dove non c’è più criminalità, né disoccupazione. Dove qualcun altro pensa per te, e tu non devi fare altro che sottometterti.

«È la sottomissione. […] L’idea sconvolgente e semplice, mai espressa con tanta forza prima di allora, che il culmine della felicità umana consista nella sottomissione più assoluta. È un concetto che esiterei a esporre davanti ai miei correligionari, potrebbero giudicarlo blasfemo, ma per me c’è un rapporto tra la sottomissione della donna all’uomo […] e la sottomissione dell’uomo a Dio come la contempla l’Islam».

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