A lezione di dialetto milanese

Donca, donca, donca: trè conchett fann ona conca! A Milano, quando si inizia una lunga spiegazione, si dice così. Sono sempre meno i milanesi che sanno parlare il dialetto e che capirebbero questa espressione (dunque dunque, tre gocce fanno una conca). Gli ultimi dati, del 2006, individuano soltanto 64mila persone che ancora utilizzano il meneghino con estranei. Il numero si alza a quasi 307mila se si considerano le conversazioni tra familiari. Un numero esiguo rispetto ai circa tre milioni di abitanti della provincia lombarda. Pochi, ma appassionati, provano a non lasciar morire la ricchissima cultura della città. I corsi di dialetto ci sono, anche se rari. Il Circolo Filologico Milanese li organizza dagli anni ’80 e si vanta di essere uno dei primi. Al terzo piano della sede del Filologico, in via Clerici, ogni martedì la classe si riunisce per un’oretta: con dizionario, antologia di letteratura e grammatica alla mano, seduti in banchi posti a cerchio, tutti si impegnano a perfezionare la lingua imparata in famiglia da nonni o genitori. «Normalmente anche i più bravi hanno delle lacune più o meno grandi per cui io inizio l’anno scolastico sempre dalle basi della grammatica», spiega Gianfranco Gandini, uno dei professori del filologico. Paola Cavanna si occupa invece delle lezioni di conversazione: «La lingua milanese ha una sua specifica grammatica, dei vocabolari, e quindi viene trattata come una lingua qualsiasi, con tutto il suo bagaglio culturale». Le regole sono davvero precise, con tanto di irregolarità, come in italiano. Qualche esempio? Le coniugazioni verbali non sono tre, ma quattro: andà, vedè, scriv, sentì. In ortografia, per far sentire il suono distinto delle consonanti, si aggiunge l’apostrofo: “maschio” si dice mas’c e “schioppo” si dice s’ciòpp.

La sede del circolo filologico milanese in via Clerici a Milano

La sede del circolo filologico milanese in via Clerici a Milano

L’età media di chi partecipa al corso del Circolo Filologico Milanese è piuttosto alta. «Se negli anni passati c’erano persone relativamente giovani, in questo momento i ragazzi, salvo qualche raro caso, assolutamente disertano. Questo interesse culturale non c’è più purtroppo», racconta la professoressa Cavanna. Il professor Gandini nota più che altro una diversità d’interessi: «Persone anziane sono più propense ad ascoltarlo, a parlarlo. Sono anche interessate all’associazionismo. I giovani sono incuriositi, ma termina lì. Fuori dall’aula hanno altri interessi più moderni». Paola Cavanna continua sottolineando che non tutti quelli che frequentano il suo corso sono nati a Milano: «Ci sono milanesi doc e i milanesi arieus, quelli che vengono da fuori: Saronno piuttosto che Legnano. L’area però è quella lombarda. In passato ho avuto anche un napoletano, un siciliano, qualche pugliese».

La classe di dialetto al Circolo Filologico Milanese

La classe di dialetto al Circolo Filologico Milanese

Altre associazioni organizzano corsi di dialetto, come il Pontesel e l’Antica Credenza di Sant’Ambrogio. Tra le iniziative più recenti c’è quella di Milano da Vedere, un’organizzazione che ha come obiettivo quello di far scoprire le parti della città nascoste, quelle che nessuno conosce. La figura del professore è il filo che lega la più antica esperienza di un corso dialettale, e la più nuova: Edo Bossi si è formato al Circolo Filologico e nel 2013 ha iniziato a insegnare qui. Il corso ha avuto grandissimo seguito nella scorsa edizione, e quest’anno le richieste di iscrizione sono arrivate ad essere 200. I primi 25 candidati hanno formato una nuova classe che si riunisce due giovedì al mese nella sede della scuola Mantegazza, in via San Calocero. L’atmosfera è molto più moderna: c’è un videoproiettore perché «se pò minga andà avanti con la lavagna, il gesso e il cancellino», gli studenti sono quasi tutto giovani, dai trenta ai cinquant’anni, e hanno creato un Google Group per organizzare le lezioni. «Partiamo con l’articolo – racconta il professor Edo – poi l’aggettivo, il nome, e arriviamo al verbo. Praticamente come la grammatica italiana. Perché il milanese è una lingua, non è un dialetto. C’è chi dice “parla il lombardo” ma non esiste un dialetto regionale. Esistono tanti dialetti lombardi: il bergamasco, il bresciano, il comasco, il varesotto. Il milanese ha i vocabolari, le grammatiche, le antologie. Abbiamo tutto per definire una lingua».

Il professore di dialetto milanese Edo Bossi, dell'associazione Milano Da vedere

Il professore di dialetto milanese Edo Bossi, dell’associazione Milano Da vedere

Perché fare un corso di dialetto? Le risposte variano a seconda dell’età. I giovani lo seguono più che altro per ricordare l’infanzia. «È una lingua che ho imparato dai nonni. Loro mi impedivano di parlarla perché io dovevo parlare italiano. Però alla fine l’ho assimilato lo stesso. Poi mi sono appassionato alla poesia e mi sono messo un po’ a scriverla. Volevo frequentare un posto in cui questa cosa era condivisa», spiega un ragazzo sui trent’anni al Circolo Filologico Milanese. Andrea, 31 anni, della classe di Milano da Vedere, racconta: «Ho visto che i miei coetanei non sanno più il milanese. A me piace, ho sempre ascoltato canzoni in milanese e ho trovato su Google questo corso per migliorare il mio dialetto. Era un po’ che lo stavo cercando». Il suo compagno di corso, Giovanni, anche lui trentunenne, dice: «Sono nato e vissuto a Milano e a un certo punto ho scoperto che mi mancava un pezzo della mia cultura, quello della lingua». dialetto-milanese Avanzando con l’età, si percepisce sempre più una ferma volontà che porta a lottare per salvare il milanese. «La mia motivazione è il tentativo di non fare morire, prima di tutto la mia memoria, poi, per i posteri, questa lingua, che io ho sentito da giovane e che adesso non sento più», racconta Fausto, un uomo sulla settantina, al Circolo Filologico. Piero, suo compagno di classe, è invece molto combattivo. Ha aperto un gruppo su Facebook – salviamo il dialetto milanese – che ha già 11mila iscritti: «Io seguo un corso di dialetto per un motivo ideologico, non etnico. Io credo che in ogni grande città sia giusto mantenere vive le lingue locali. Secondo me la lingua locale non deve essere di proprietà di chi l’ha sempre parlata, ma un patrimonio facilmente accessibile a tutti coloro che vogliono entrare in sintonia con l’anima della città». C’è anche un’italo-brasiliana a lezione dal professor Edo, Ana Lucia: «Sono a Milano da 22 anni e a me piace il dialetto milanese. Sembra un miscuglio di lingue: francese, tedesco, un po’ il portoghese, la mia lingua. Mi è capitata l’opportunità, l’ho colta. Mi aiuta a capire meglio la città che mi ha accolto».

La classe di dialetto milanese dell'Associazione Milano da Vedere, in via San Calocero presso la Scuola Mantegazza

La classe di dialetto milanese dell’Associazione Milano da Vedere, in via San Calocero presso la Scuola Mantegazza

Il destino del meneghino è incerto. I professori del Circolo Filologico Milanese, forse perché testimoni di un declino decennale, sono pessimisti. Si oscilla tra la completa estinzione e un futuro come classico letterario. A Milano da Vedere, il professor Edo Bossi, nonostante i problemi, è speranzoso: «Io vedo che c’è tanto interesse. Sono ottimista. I giovani hanno voglia di conoscere il milanese, soprattutto di scriverlo. C’è tanta voglia, ma sono pochi gli insegnanti e mancano le strutture. Il Comune dovrebbe fare qualcosa: è una cultura che va a perdersi». L’entusiasmo di chi frequenta corsi di meneghino non si spegne facilmente: c’è chi dice che «è un po’ colpa anche nostra perché non parliamo mai in milanese», chi pensa che il meneghino dovrebbe essere divulgato anche dalle televisioni locali, e chi propone di insegnarlo nelle scuole milanesi. Tutti sono d’accordo sull’importanza di preservarlo. Un legnanese, che frequenta il corso, riflette: «Da alcuni anni sono venuto a Milano e quando uno si sente figlio di un posto per prima cosa impara la lingua. Per me il dialetto è come un vecchio tram che mi permette di ritornare a vivere il passato. Il passato raccontato in italiano diventa irriconoscibile. Il dialetto riscopre la vita della gente. È un mezzo che aiuta a capire i sentimenti delle persone».

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