“Ritorno a Haifa”, scavare il passato per capire il futuro

Ritorno a Haifa è stato pubblicato nel 1969.  La prima edizione in lingua italiana è del 1986

Ritorno a Haifa è stato pubblicato nel 1969. La prima edizione in lingua italiana è del 1986

Said  e Safiya, marito e moglie, palestinesi, sono i protagonisti del romanzo breve di Ghassan Kanafani: “Ritorno a Haifa”. Come lo scrittore, i due coniugi hanno dovuto abbandonare la loro casa nel 1948, a causa dell’invasione israeliana. Dopo 29 anni Kanafani immortala il loro ritorno verso quella che ora è la dimora di una coppia di ebrei polacchi, nella piccola cittadina del nord dello stato di Israele.

L’automobile saliva lungo la strada costiera, verso l’ingresso meridionale della città, quando, superato l’incrocio, imboccarono la via principale. Tutto il muro che aveva dentro gli crollò addosso e la strada scomparve dietro un velo di lacrime.”

Said si perde tra i ricordi della vita precedente. Riconosce strade e quartieri. Cerca ansiosamente panorami a lui noti, che si sporcano di immagini di guerra, di quel lontano giorno, il 21 aprile 1948, quando gli israeliani invasero Haifa.

Mentre la macchina si addentrava nelle vie di Haifa, Said riconosceva ancora un certo odore di guerra, misterioso, emozionante e provocante. La gente gli sembrava di aspetto duro e feroce; dopo un po’ si rese conto che stava girando per la città senza notare cambiamenti nelle strade. Ne conosceva ogni pietra, ogni incrocio. […] Gli si affollarono nella mente nomi che sembravano ripuliti da uno spesso strato di polvere: la Valle del Nasnas, la via Re Faysal, la Piazza delle Carrozze, il quartiere di Halisa, Hadar...”

La guerra coglie tutti di sorpresa. “Il bombardamento arrivò all’improvviso da oriente, dall’alto del Monte Carmelo, e cominciarono a volare bombe di mortaio che andavano a cadere sui quartieri arabi.” Said non è con la moglie. I soldati israeliani non gli permettono di tornare a casa, e raggiungerla. Costruiscono barricate e sparano in aria colpi di pistola, al solo scopo di spaventare la popolazione di Haifa. Capisce che “lo stavano spingendo verso il porto“. Il suo pensiero va a Safiya, sua moglie che “non riusciva ad abituarsi alla vita della grande città e a tutte quelle complicazioni che le sembravano terribili e senza via d’uscita.”

Safiya riuscirà a raggiungere il marito, lasciando però indietro un enorme fardello, che non si perdonerà per i successivi 19 anni. “E non riuscirono a rendersi conto di niente, fino a quando non furono bagnati dagli spruzzi sollevati dai remi, allora si misero a guardare verso la costa, dove Haifa scompariva dietro un velo di nebbia e di lacrime“.

Halisa è il quartiere dove Safiya e Said hanno abitato dopo il matrimonio per un anno e quattro mesi. La tentazione di tornare a rivere la propria casa era sempre stata frenata da leggi del nuovo stato di Israele, ma anche dalla paura di dover fare i conti con ciò che avevano lasciato. Un bambino. Un figlio di pochi mesi di nome Khaldun.

Scorse improvvisamente la casa, proprio quella, la casa in cui era vissuto, che era rimasta scolpita nella sua memoria, ed ecco che ne intravedeva la facciata con i balconi dipinti di giallo.” Dentro trovano Miriam Koshen, una donna polacca sfuggita all’Olocausto, a cui le autorità hanno consegnato in fretta e furia un’abitazione rubata ai palestinesi sfollati, proprio quella di Safiya e Said, a patto che adottassero quel piccolo fagotto di cinque mesi. Casa e figlio: o tutto o niente. Khaldun, il neonato abbandonato dalla coppia palestinese, diventa Dov, un ragazzo ebreo e fiero. Miriam accoglie i coniugi arabi nella loro vecchia casa e attende pazientemente il ritorno del figlio conteso. A mezzanotte Dov apre la porta, ma affronta con sconcerto e arroganza l’incontro con i suoi genitori biologici. Lui è ebreo, sta “dall’altra parte”.

Said capisce improvvisamente di aver perso per sempre suo figlio in quell’aprile del 1948 e prova compassione per la povera moglie: “è davvero invecchiata questa donna. Ha consumato tutta la sua gioventù in attesa di questo momento, senza sapere che sarebbe stato un momento terribile.” La sua mente vola improvvisamente al secondo figlio, Khaled, e capisce che questo viaggio in fondo non è stato inutile. La Palestina è dolore, abbandono, perdita, ma anche qualcos’altro.

Poi si rese conto che dovevano alzarsi e andar via. La questione era ormai chiusa, e lì non avevano altro da dirsi. In quel momento sentì uno strano affetto per Khaled; avrebbe voluto abbracciarlo, baciarlo, piangere sulla sua spalla, in una strada e inspiegabile inversione dei ruoli di padre e di figlio. Questa è la patria – si disse sorridendo; […] Cerco la vera Palestina. La Palestina che vale più dei ricorsi, più di una penna di pavone, di un bambino e dei segni di una matita sul muro delle scale. Mi stavo domandando, tra me e me: Che cos’è la Palestina per Khaled?. Per lui che non conosce il vaso, né la fotografia, né le scale, né Halisa e nemmeno Khaldum? E malgrado ciò gli sembra che valga la pena di prendere le armi e morire per la sua causa. E per noi invece, per me e per te, è soltanto la ricerca di roba coperta dalla polvere dei ricordi. […] Ma noi abbiamo sbagliato a credere che la patria fosse soltanto il passato. Per Khaled invece, per lui, la patria è il futuro.”

Haifa oggi

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