La Patagonia argentina e la foresta pluviale di Manú: due “rose di Atacama” di Sepúlveda

rose-atacama-sepulvedaLe rose di Atacama fioriscono nel deserto del Cile solo una volta all’anno. Rendono un luogo arido e inospitale in una distesa bellissima dipinta di rosa. “Le rose di Atacama” (in lingua originale Historias marginales) è il nome di una raccolta di racconti brevi di Luís Sepúlveda del 2000, dove lo scrittore argentino narra di vite e luoghi piccoli, e in apparenza insignificanti, che hanno contribuito però a rendere il mondo più affascinante e – in qualche modo – migliore. Sono uomini che hanno lottato per i loro ideali e sono sbocciati, magari anche solo per una volta, in modo marginale e silenzioso, come le rose cilene, senza piegarsi alle intemperie dell’ambiente che li circonda.

Tra le varie storie, due verranno qui riprese, per descrivere due luoghi molto diversi e molto lontani del continente sudamericano: il lago Epuyen nella Patagonia argentina e la foresta pluviale di Manú, in Perù.

Man mano che ci si avvicina alla cordigliera delle Ande, il versante argentino della Patagonia diventa di un verde sempre più intenso, come se il fogliame degli alberi sopravvissuti alla voracità dell’industria del legno volesse dirci che nonostante tutto la vita è possibile, perché ci sarà sempre un pazzo o molti capaci di vedere più in là del naso del lucro.”

La Patagonia argentina

La Patagonia argentina

Lucas Chiappe decide di fuggire da Buenos Aires, con un piccolo gruppo di altri studenti, quando, negli anni ’70, i militari argentini prendono il potere. Si trasferisce qui, nel cuore della Patagonia, vicino al lago Epuyen. Conoscono la solidarietà e la bontà della gente di questi luoghi sperduti fin dal primo inverno “che, come tutti gli inverni patagonici, fu duro, lungo e crudele.” Alcuni uomini portano legna agli studenti in fuga e, alla domanda di Lucas sul perché di questa dedizione per degli sconosciuti, rispondono: “Perché fa freddo. Perché sennò?”.

Il lago Epuyen, nella Patagonia argentina

Il lago Epuyen, nella Patagonia argentina

È questa una regione “bella e violentemente fragile.” Lucas se ne accorge nel 1985 quando anche la regione patagonica argentina, come prima quella cilena, conosce “gli orrori del progresso neoliberalista.

Nei pressi del lago Epuyen, niente e nessuno sembrava capace di opporsi al sinistro rumore delle motoseghe. Ma Lucas Chiappe disse no, e decise di parlare in nome dei boschi alla gente che vive a sud del 42° parallelo.” Lucas fonda nel 1990 il progetto Lemu, che in lingua Mapuche significa “bosco”. Vuole proteggere quel luogo che gli ha ridato una casa, che lo ha protetto dall’avanzata della dittatura e gli ha ridato la libertà. “Ogni albero protetto, ogni albero piantato, ogni seme curato nei vivai, significa salvare un secondo del tempo senza età della Patagonia. Forse domani il progetto Lemu diventerà un grande corridoio di foresta autoctona lungo quasi 1500 chilometri. Forse domani gli astronauti dallo spazio potranno vedere una lunga, splendida linea verde accanto alla cordigliera della Andre australi.”

E quando qualcuno chiede a Lucas perché fa tutto questo lui risponde: “Perché bisogna farlo. Perché sennò?

Lucas Chiappe, fondatore del progetto

Lucas Chiappe, fondatore del progetto Lemu

Dall’altra parte del continente sudamericano, tra le Ande peruviane, ha luogo un’altra storia raccontata da Luís Sepúlveda. Poco importa in realtà della vicenda di Fitzcarraldo, che nel 1896 ha sfruttato e ucciso migliaia di indios per esportare il caucciù dagli alberi di questa foresta pluviale. Foresta che, oltre a immensi guadagni, gli ha donato anche una misteriosa morte. La protagonista di questo racconto è la natura selvaggia di una valle dove vivono ancora popolazioni che mai si sono incontrate con l’uomo bianco. Una valle di quasi due milioni di ettari, composti da flora e fauna tanto uniche quanto varie, “quel luogo chiamato Manú che inizia sulle più alte pendici del monte Tres Cruces, a quasi quattromila metri sul livello del mare. Da là è possibile affacciarsi su un abisso di nuvole, a volte bianco, a volte grigio, sotto il quale si può pensare che continui il paesaggio ocra delle Ande, mentre basta scendere di appena 500 metri per scorgere l’impero dell’acqua.” La riserva di estende dalla regione di Cusco al fiume Madre de Dios. La attraversano tantissimi piccoli torrenti che finiscono il loro corso nel grande corso d’acqua lungo circa 1.150 chilometri.

La mappa della riserva di Manù

La mappa della riserva di Manu

Man mano che si scende, aumenta la temperatura. Già nella valle di Pilcopata, quasi al livello del mare e con le nuvole finalmente sopra la testa, si respira l’inconfondibile aria dell’Amazzonia. Lì inizia la foresta di Manú, il milione e seicentomila ettari, pari quasi alla superficie della Svizzera, che formano l’ultimo dei grandi giardini naturali, per ora in salvo dalla devastante avidità delle multinazionali dell’oro, del legno e del petrolio.” La zona è infatti dal 1977 patrimonio dell’Unesco. Ci vivono oltre 20.000 diverse specie di piante, mille di uccelli, 1.200 tipi di farfalle, oltre a tantissimi mammiferi, tra cui spiccano le nutrie. “Si stima che 50 anni fa vivessero circa 10.000 nutrie giganti nei fiumi amazzonici. La loro pelliccia è finita per lo più a coprire la dura pelle di ricche signore europee e statunitensi. Attualmente a Manú ne vive circa un centinaio di esemplari e sono le ultime nutrie rimaste nel nostro tormentato pianeta.”

Un esemplare di nutria gigante

Un esemplare di nutria gigante

E poi insetti: “Nel 1959 gli scienziati dello Smithsonian Institution realizzarono il primo censimento entomologico di Manú e conclusero che la ricchezza della terra era aumentata di trenta milioni di specie”. E poi fiori rarissimi: “La notte della selva avvolge tutto con il suo particolare silenzio fatto di migliaia di rumori. È il prodigioso meccanismo della vita che tende i muscoli per facilitare il parto della Venere notturna, un’orchidea di un intenso colore viola, piccola come un bottone di camicia, che apre i petali alle prima luci dell’alba e muore dopo pochi minuti perché la minuscola eternità della sua bellezza non resiste alla luce di Manú, che muta incessante secondo gli umori del cielo, dell’acqua e del vento.

Il soggetto umano di questa storia serve solo da contrasto, da monito. “Fitzcarraldo non ha visto niente di tutto questo. L’avidità sarà sempre come un ago di ghiaccio nelle pupille.

La riserva di Manu

La riserva di Manu

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