“Con il sari rosa”, Sampat Pal e la lotta delle donne indiane

con-il-sari-rosa-sampat-palLo stato dell’Uttar Pradesh si trova all’estremo nord della penisola indiana, ed è l’unità amministrativa più popolosa del mondo. La vita rurale, le caste, la povertà sono ancora oggi la cornice della vita di questa gente, in particolare nel distretto di Banda, il Bundelkhand. “La mia casta è quella dei gadaria, i mandriani. La mia famiglia alleva bestiame e coltiva la terra da generazioni, di padre in figlio. […] Qui non ci sono altro che campi, risaie e bufali, a perdita d’occhio”.

Sampat Pal Devi nasce e cresce qui. Nonostante la povertà e la mancanza di istruzione, è riuscita a cambiare la vita di molte, sfidando i poteri forti in modo semplice, perché le donne di questa parte dimenticata di mondo, potessero migliorare la loro condizione sociale. Con il sari rosa (2010, Piemme) è la sua autobiografia. Racconta la nascita della Gulabi Gang, un’organizzazione no-profit formata da donne e che lottano per le donne, combattendo i soprusi che esse ancora oggi subiscono nell’India rurale.

Sono una donna: per farmi sentire, devo gridare più forte degli altri. In modo pacifico, per quanto è possibile. E se necessario, anche con i pugni.”

Sampat Pal e la sua Gulabi Gang

Sampat Pal e la sua Gulabi Gang

Sampat Pal nasce a Kairi, “uno sperduto villaggio tra i campi”. Ribelle già da bambina, al posto di sorvegliare la crescita dei germogli di riso nelle risaie della sua famiglia, segue di nascosto gli scolari “puliti e ben messi” fino scuola. Impara l’essenziale, a leggere e scrivere, spiando il maestro di nascosto, e poi aiutata dallo zio, unico familiare che crede nell’utilità dell’istruzione anche per le donne. L’infanzia di Sampat si divide tra Kairi e Hanuman Dhara, a 50 km di distanza: un luogo sacro, dedicato a Hanuman, il dio-scimmia. “Hanuman Dhara è un minuscolo villaggio sulle alture di Chitrakoot, appena una manciata di case appollaiate in cina a una collina scoscesa, accessibili solo grazie a una salita che conta oltre 360 scalini. Sotto, il paesaggio è diviso tra campi a perdita d’occhio da una parte e la foresta dall’altra. Niente elettricità, niente acqua corrente. Figuriamoci una scuola…”

Hanuman Dhara

Hanuman Dhara

Uno dei grandi problemi della condizione femminile in India è il fenomeno del matrimonio di spose bambine. La mano di Sampat viene promessa all’età di dodici anni. “Le nozze durarono tre giorni. La seconda sera, io e Munni Lal fummo dichiarati ufficialmente marito e moglie. [..] I componenti delle due famiglie si toccarono i piedi, in segno di rispetto. Gli uomini fumavano bidi, le donne mangiavano dolci. Ormai ero la moglie di Munni Lal. L’insieme era un po’ irreale ma tutto ciò che mi importava, in quel momento, era di tornare a giocare con i bambini della mia età.” 

Munni Lal e la sua famiglia vivono a Rauli, che, in confronto al piccolo villaggio da cui viene Sampat, è una metropoli. “Venivo da una comunità che contava poche famiglie, mentre qui c’erano almeno un migliaio di abitanti. Mi sembrava che fossero più numerosi anche i bufali che scorgevo nei campi tutto intorno.” La prima nemica con cui Sampat si scontra è la suocera, una donna che osserva le tradizioni con rigore e non vede di buon occhio la nuora ribelle e poco rispettosa dei gradi delle caste. Lei e il marito verrano cacciati di casa, ma la ragazza, ormai anche mamma, non si arrende e fonda la sua prima organizzazione solidale, una scuola di cucito, per rendere le donne rifiutate, come lei, economicamente indipendenti. “Per non creare problemi, decidemmo dunque di ritrovarci a Goada, un villaggio posto a pochi chilometri di distanza. Fu lì che aprii la mia scuola, in un piccolo locale preso in affitto. Le mie allieve avevano tra i sette e i tredici anni.”

Sampat Pal inizia a frequentare raduni dove si chiedono più diritti e rispetto, il primo a Chitrakoot, il secondo a Lucknow. Scopre un mondo nuovo, popolato da donne consapevoli del loro ruolo familiare, ma anche sociale, che non si arrendono davanti alla prepotenza degli uomini ma anzi lottano perché ciò che è stato scritto su carta – la parità di genere – trovi una strada per realizzarsi, e sfidare la paralizzata organizzazione gerarchica indiana. Dopo l’ennesimo torto subito dalla famiglia del marito, Sampat trova la forza per lasciare Rauli. L’istinto la conduce a Badausa, circa 20 km più in là.

Il logo della Gulabi Gang

Il logo della Gulabi Gang

Le reti di self-help tra donne iniziano a venir create dall’abile mano di Sampat: le indiane di questa sperduta regione del nord capiscono che sole sono inermi, ma insieme possono fronteggiare qualsiasi uomo che picchia la moglie, qualsiasi funzionario corrotto, qualsiasi poliziotto che non fa il suo dovere. Nel 2004 Jay Prakash arriva alla porta di Sampat. L’uomo, che lavora per una ONG umanitaria, sprona Sampat a fare di più. Creano il loro quartier generale a Atarra, a 10 km da Badausa. “Avevamo finalmente un quartier generale , in una cittadina di circa 50.000 abitanti, poco più grande di Badausa. In realtà Atarra era un grosso villaggio , case primitive e strade sconnesse, e animali in giro ovunque. Persino la strada principale, che passava davanti a casa nostra, era in terra battuta. Ma era un luogo di passaggio, sempre brulicante di gente, tra sfaccendati, venditori abusivi, le rare auto che riuscivano a passare, le mucche che dormivano sulla carreggiata e i maiali a caccia di immondizie da mangiare.”

La Gulabi Gang viene fondata due anni dopo, nel 2006. 25 donne, dai 40 ai 70 anni, sono le prime a iscriversi all’organizzazione, che oggi conta migliaia di adesioni. Provenienti dalle caste più umili, spesso vedove, sono state tutti aiutate da Sampat e hanno deciso di aiutare, a loro volta, altre a ribellarsi contro il potere maschile. “Gulabi vuol dire rosa in Hindi. La parola viene da gulah, che indica la rosa come fiore. Il rosa è il colore della vita, ha un che di gioioso ed è vistoso quanto basta per essere visibile da lontano.” Il rosa è il colore che Sampat sceglie per identificare la sua Gang. Tutte le donne, durante le manifestazioni pubbliche, o alle frequenti visite – o sit-in di protesta – ai commissariati di polizia, devono indossarlo. Per essere un gruppo facile da identificare. Per essere unite. “Oggi siamo ormai migliaia nella regione del Bundelkhand, nel sud dell’Uttar Pradesh, su un’area di un centinaio di chilometri quadrati intorno a Banda, il capoluogo del distretto”. 

La Gulabi Gang, durante una manifestazione

La Gulabi Gang, durante una manifestazione

“In teoria, le donne sono uguali agli uomini. Siamo in un paese libero, con leggi moderne, e la costituzione ci accorda gli stessi loro diritti. […] Di fatto, non appena una donna cerca di liberarsi dal giogo che le è stato imposto, non appena cerca di superare certe barriere, subito viene messa in discussione la sua personalità, viene attaccata la sua reputazione, viene trattata come una poco di buono. In campagna se una donna decide di non coprirsi più il viso con il sari, se rivolge la parola a un solo uomo che non sia suo marito viene accusata di essere indecente. Se una donna si innamora di un altro, è colpa sua. Se decide di vivere con un compagno di sua scelta, si dice che è scappata di casa. Se quelli della sua famiglia la riacciuffano, rischia di finire ammazzata. Il suo partner invece non rischia niente, anche se è un uomo sposato nessuno dirà mai che è scappato di casa. Se sua moglie decide di tornare dai genitori, come minimo la mettono alla porta. L’uomo invece riceverà solo un blando ammonimento, seguito dai complimenti per aver ritrovato la ragione. Peggio ancora, se una donna viene stuprata è colpa sua, è chiaro che se l’è cercata, e i poliziotti si rifiuteranno di raccogliere la denuncia. Se viene stuprata da un uomo sposato, è lei la colpevole: le sanzioni sociali non hanno nulla a che vedere con le sanzioni legali.”

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