La grigia laguna veneziana di Thomas Mann

Eccolo ancora una volta davanti a lui, l’approdo indescrivibile, l’abbagliante insieme di fantastiche costruzioni che la Serenissima offriva allo sguardo ammirato del navigatore in arrivo: la meraviglia lieve del Palazzo e il Ponte dei Sospiri, le due colonne sulla riva col leone e il santo, il fianco splendente del tempio favoloso, la prospettiva dell’arco e dell’orologio dei Mori; e guardando rifletté che giungere a Venezia col treno, dalla stazione, era come entrare in un palazzo per la porta di servizio, e che in nessun altro modo se non per nave, dall’ampio mare, come lui ora, si sarebbe dovuto porre il piede nella città inverosimile tra tutte.”

Da mare si deve giungere a Venezia. Ancora era l’ingresso principale, nobile, quando Gustav Aschenbach, protagonista di “La morte a Venezia” – Thomas Mann 1912 – in preda a un desiderio di viaggiare “sopravvenuto con la violenza di un accesso, spinto al parossismo, all’allucinazione”, ha una visione: “un paesaggio, una palustre regione tropicale sotto un cielo greve di vapori, rorida, lussureggiante e mostruosa, quasi un groviglio primordiale di isole, lagune, di lutulente anse fluviali”.
All’interno però un presagio: “Vide in un folto di nodosi bambù scintillare le pupille di una tigre all’agguato – e si sentì battere il cuore di terrore e d’inesplicabile smania”.

L’aristocratico scrittore di Monaco troverà Venezia già diversa al primo sguardo. Non lo accoglie “in un trionfo luminoso” come sempre. “Mare e cielo restavano grigi come piombo. […] Ci volle un’ora per vederla comparire. Si sentiva arrivato e non arrivato insieme, non aveva fretta eppure avvertiva lo stimolo dell’impazienza.”

Isola di San Giorgio da Piazza San Marco

Isola di San Giorgio da Piazza San Marco

Venezia non è cultura, storia, ricchezza in questo romanzo. E’ morte e amore insieme. È il luogo più sorprendente, ma anche più tetro; dove passioni proibite e malattie invisibili si fondono con i paesaggi di una laguna resa indimenticabile dall’opera umana, ma anche traballante e piena di pericoli. Venezia fa da sfondo lontano alla strenua resistenza che un uomo, sulla via della mezza età, oppone a sentimenti non ricambiati, sinceri quanto peccaminosi, a sguardi rubati che lo portano alla vita, così come alla morte.

Nulla esiste di più singolare, di più scabroso, che il rapporto fra persone che si conoscano solo attraverso lo sguardo: ogni giorno, ogni ora s’incontrano, si osservano e nello stesso tempo, costrette per civiltà o per bizzarria personale a insistere nella finzione, serbano un contegno indifferente e staccato, non si salutano né scambiano parola. Tra loro si forma un fluido di inquietudine e di curiosità esacerbata, un isterico bisogno, inappagato o innaturalmente represso, di conoscenza e di scambio, e soprattutto, infine, una sorta di ansioso riguardo: poiché l’uomo ama l’uomo e lo onora finché non è in grado di giudicarlo, e dall’incompleto conoscersi nasce il desiderio”.

L’oggetto del desiderio è un ragazzino polacco, di nome Tadzio. Lo scrittore Aschenbach lo incontra a Hôtel des bains, un albergo di lusso sulla spiaggia del Lido di Venezia. I due non si parleranno mai, ma il bambino diventerà oggetto di pura venerazione, fino all’inevitabile ossessione. In lui, l’uomo trova la perfezione: “non stava forse scritto che il sole distoglie la nostra attenzione dalle cose dell’intelletto per volgerla a quelle dei sensi?”.

Hotel des bains in una cartolina d'epoca

Hotel des bains in una cartolina d’epoca

Intanto Venezia, immobile, dà i suoi primi segnali del triste destino di Gustav Aschenbach. “Nello spalancare la finestra parve ad Aschenbach di sentire il tanfo purtrido della laguna e provò un senso di malessere”. Sente che deve ripartire, ma lo sguardo e i sorrisi di Tadzio non glielo permettono. Non gli importa del morbo, che si sta diffondendo per “il labirinto dei rii”; tiene celato il segreto di una Venezia “adescatrice ed equivoca” per non far fuggire la sua ormai unica ragione di vita, che continua a perseguitare. “Un pomeriggio si era addentrato nell’intrico della città ammalata. In mezzo ai rii, alle calli, alle piazzette e ai ponti del labirinto, così somiglianti l’uno all’altro, aveva smarrito l’orientamento, non distingueva più neppure i punti cardinali; ma a nulla pensava, fuorché a non perdere di vista l’immagine avidamente rincorsa.”

Seguendo di nascosto Tadzio e la sua famiglia, vede per l’ultima volta il “bagliore accecante” di Piazza San marco e la “dorata semioscurità” della Basilica. Il colera asiatico non lascerà scampo a Gustav. Scopre la presenza della malattia nella città da un funzionario inglese e tutto perde di colore. “La piazza era immersa in un grigiore plumbeo; ignari turisti sedevano ai tavolini dei caffè o, fermi davanti alla chiesa, si lasciavano coprire dai colombi, […]”.

Piazza San Marco, Venezia

Piazza San Marco, Venezia

Il nobiluomo, che era partito da Monaco in cerca di avventura, ormai morente, torna al Lido di Venezia e si siede sulla sua poltrona a sdraio nella spiaggia dell’albergo, da cui per giorni aveva osservato il bel ragazzo polacco giocare con la sabbia e con le onde. Tadzio arriva e i loro sguardi si incontrano per l’ultima volta.

Colui che lo contemplava era seduto là come una volta, quando, rinviato da quella soglia, il grigio sguardo color dell’alba aveva primieramente incontrato il suo. […] Ora si sollevò, quasi rispondendo all’invito dello sguardo, e ricadde sul petto con gli occhi stravolti. […] Ma a lui parve che il pallido e gentile psicagogo laggiù gli sorridesse, gli accennasse, e staccando la mano dall’anca a indicare un punto lontano, lo precedesse a volo verso benefiche immensità. E come già tante volte aveva fatto, si dispose a seguirlo.”

Canal Grande, Venezia

Canal Grande, Venezia

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